14 gen 2014

14 gennaio 2014



Le macerie ormai eterne dell’Aquila sono meglio di un corso di Scienza politica, tanto bene spiegano l’inefficienza del sistema democratico e, di converso, l’efficienza di quello monarchico. Nel 1693, sotto l’Asburgo, la Sicilia orientale fu colpita dal più devastante terremoto della storia italiana, che al confronto quello abruzzese scompare: oltre sessantamila morti e decine di centri rasi al suolo. Ma solo tre mesi dopo venne fondata la fantastica Grammichele mentre in pochissimi anni venne raddrizzata la viabilità di Catania ed eretta una nuova Noto, con una nuova cattedrale e nuovi palazzi e uno stile, il barocco siciliano, che oggi il mondo ci invidia. Nel 1785, sotto il Borbone, il regno di Napoli si diede il primo regolamento antisismico d’Europa che il Cnr vorrebbe riproporre, avendolo trovato scientificamente validissimo, ma non ci riesce perché in Italia non esiste più un vero interlocutore: il potere è peggio che terremotato, è spappolato, con mille amministrazioni e giurisdizioni che si intrecciano, si intralciano e si ammanettano. Chiunque visiti l’Aquila capisce che gli aquilani hanno ragione di disperarsi, che lo stato italiano, così com’è messo, non è assolutamente in grado di ricostruire la città. E non certo per colpa degli inevitabili mariuoli che c’erano anche al tempo del Duca di Camastra, il ricostruttore di Sicilia, ma per il fatto che oggi non c’è nessun Re che a un Duca di Camastra assegni i pieni poteri.


di Camillo Langone

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