21 mar 2014

LA CROCE DI GERUSALEMME E LA SUA GENESI

di Cavallo Roberto
Fonte: recensioni-storia.it
"Croce di Gerusalemme"

Lychnis Calcedonia o "Croce di Gerusalemme"

Nella rinnovata galleria della biblioteca provinciale in piazzetta Carducci a Lecce, in concomitanza con l’inaugurazione della mostra storica organizzata dall’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, domenica 20 giugno si è tenuta un’interessante conferenza sul tema “La croce di Gerusalemme e la sua genesi”.

Dopo il saluto dell’arcivescovo di Lecce S.E. Mons. Domenico Dambrosio – che ha definito la mostra uno spaccato di storia che testimonia amore per la Terra Santa e una meravigliosa vetrina che aiuterà a rivedere i giudizi formulati sull’Ordine del Santo Sepolcro -, in qualità di relatore è intervenuto lo storico nonché ambasciatore dello Stato di Israele presso la Santa Sede dott. Mordechay Lewy.

Il dott. Lewy ha fin da principio chiarito le ragioni del suo interesse per l’argomento. Pur essendo ebreo e di religione ebraica, ha nel tempo coltivato gli studi per la storia patria della sua città: Gerusalemme.

Dopo aver illustrato le varie ipotesi storiografiche, il relatore ha ricordato come nella tradizione iconografica cristiana la ripetizione di elementi decorativi su di un piano sia simbolo dell’infinito e viene chiamato “seminato”. Gli elementi che solitamente compongono il seminato sono gigli o croci.

La croce di Gerusalemme (illustrata nella fotografia) è dunque un esempio di seminato e, nel pensiero dei cristiani medievali, rinviava direttamente al concetto di infinito e, dunque, di Dio.

In base alla ricostruzione proposta dal Dott. Lewy le origini della croce di Gerusalemme, oltre che al concetto di infinito, vanno individuate nelle cinque piaghe di Gesù. Le cinque croci presenti (le quattro piccole nei quadranti e quella grande al centro) sono simbolo delle 5 piaghe di Cristo, cagionate dai fori alle mani e ai piedi, nonché dallo squarcio della lama al costato. Un parallelismo che ritroviamo nella liturgia, con i 5 attributi dell’Ostia: pura, santa, immacolata, corpo, sangue…

San Tommaso d’Aquino, nella sua Summa teologica, parla della devozione alle 5 piaghe di Cristo.

Nel medioevo tale simbologia (5 piaghe/5 croci) trova poi una sua traduzione araldica.

Dunque lo stemma cristiano di Gerusalemme rappresenta le 5 ferite di Cristo. Il relatore ha ricordato che nello stemmario di Zurigo, agli inizi del XIV secolo, viene espresso per la prima volta tale parallelo fra le croci e le piaghe di Nostro Signore.

Nella cappella degli Scrovegni affrescata a Padova da Giotto (1300-1305) troviamo la croce di Gerusalemme come simbolo della “Militia Christi” celeste.

Nell’isola di Cipro, che per secoli fu l’isola rifugio dei crociati, vi sono numerosissime tracce di croci di Gerusalemme. Dopo la perdita della Terrasanta per mano dei musulmani, il titolo fittizio di Re di Gerusalemme si tramandò attraverso le più illustri famiglie regnanti d’Europa, che sempre vollero includere la croce di Gerusalemme nel proprio emblema.

Fu così che essa campeggiò nei vessilli dei Lusignano, degli Angioini, degli Aragonesi, dei Valois, degli Asburgo, dei Borbone…

La croce di Gerusalemme era ben visibile, ancora nel 1931, nel vessillo dei re di Spagna, prima che anche la monarchia iberica venisse spazzata via dalla Rivoluzione e dalla repubblica.

E oggi? Oggi la croce di Gerusalemme campeggia nella bandiera nazionale di un piccolo Stato dalle antiche e fiere origini cristiane: la Georgia.

E’ il simbolo della Custodia francescana di Terrasanta, del Patriarcato latino di Gerusalemme e dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro

E’ il nome di un bellissimo fiore (nella foto) della Palestina…








19 mar 2014

Matteo Renzi gioca duro in Difesa


di Gianandrea Gaiani
Matteo Renzi gioco duro in Difesa. Il Presidente del Consiglio ha infatti dato pieno appoggio alle affermazioni di Roberta Pinotti, il ministro della Difesa che aveva detto esplicitamente che i tagli alla spesa militare potranno essere ottenuti anche con la riduzione del programma F35.
“Il ministro Pinotti ha ragione a dire che risparmieremo molti soldi dalla Difesa: tre miliardi di euro, non tutti dagli F35, ma dal recupero delle caserme e dalla riorganizzazione delle strutture militari” ha detto i premier al Tg5. Renzi in passato aveva definito “soldi buttati” l’acquisto del velivolo statunitense proponendone il dimezzamento da 90 a 45 esemplari, ipotesi ribadita anche nel febbraio scorso da un documento dei deputati del PD alla Commissione Difesa della Camera che chiedevano inoltre il completamento del programma del jet europeo Eurofighter Typhoon tagliato di 25 esemplari (da 121 a 96) in favore dell’aereo americano.
Il taglio al programma più costoso della storia (per l’Italia 14,3 miliardi di euro) dovrebbe rappresentare la principale risorsa alla quale attingere per risparmiare 3 miliardi in tre anni soprattutto perché la vendita delle 385 caserme e basi messe sul mercato non è detto che abbia successo o che garantisca le entrate auspicate. Anche le riduzioni del personale militare (30mila unità) e di quello civile della Difesa (10mila) entro il 2024 non consente per ora grandi risparmi considerando che in pensionamenti sono lenti e il calo degli organici si ottiene soprattutto con la forte riduzione dei nuovi arruolamenti. Un escamotage che sta facendo invecchiare drammaticamente le forze armate che presto avranno reggimenti di fanteria composti in media da 45enni difficilmente impiegabili in prima linea.
Riducendo gli F35 si otterrebbe invece di sospendere per alcuni anni l’acquisto dei velivoli di pre-serie, i più costosi perché il jet americano non è stato ancora completato, ha moltissimi problemi tecnici irrisolti e per questo non è possibile conoscerne oggi il costo reale. Per l’acquisto di questi velivoli sono previsti stanziamenti di 500/600 milioni di euro annui: basterebbe sospendere ogni acquisizione per i prossimi tre anni per risparmiare circa la metà della cifra che il governo vuole recuperare dalle spese militari.
Il taglio degli F35 ridurrebbe le contropartite industriali promesse da Lockheed Martin all’industria italiana, peraltro già fortemente limitate dal taglio della commessa olandesi da 85 a 37 aerei. Esemplari da assemblati nello stabilimento realizzato a Cameri realizzato al costo di oltre 800 milioni di euro pagati dal contribuente italiano e che lavorerà comunque in perdita. Il dimezzamento degli F35 soddisferà in ogni caso l’esigenza della Marina che non può fare meno della versione B del velivolo, a decollo corto e atterraggio verticale, unico aereo imbarcabile sulla portaerei Cavour. L’Aeronautica potrebbe comunque disporre di una trentina di velivoli sufficienti a equipaggiare 2 Gruppi e consentire quella piena integrazione con dispositivi aerei statunitensi che costituisce una priorità per l’arma azzurra.
Nonostante i chiari intendimenti del governo il ridimensionamento del programma F35 non può venire dato per scontato. L’aereo americano è un “dogma” non solo per i pacifisti che lo contestano ma anche per il partito trasversale che lo sostiene. Inevitabili le pressioni di Washington che punta a diffondere il suo velivolo presso il maggior numero di forze aeree alleate anche per condividerne i costi. Da non escludere poi un pronunciamento a difesa del programma da parte del Quirinale che ha indetto per oggi il Consiglio Supremo di Difesa e potrebbe censurare i tagli del governo come aveva contestato “l’intrusione” del Parlamento sulle decisioni di acquisto dei sistemi d’arma. Coinvolgimento parlamentare che invece proprio il ministro Pinotti ha voluto enfatizzare sottolineando che anche programmi diversi dall’F35 potranno subire ridimensionamenti e tra questi vi sono probabilmente forniture di elicotteri da diluire nel tempo e il ridimensionamento del programma di digitalizzazione dell’Esercito noto come Forza Nec da 20 miliardi di euro in 25 anni.
Il neo ministro, che da dieci anni si occupa di Difesa tra attività nelle commissioni di Senato e Camera e più recentemente come sottosegretario, ha dichiarato che in pochi mesi dovrà essere elaborato un Libro Bianco che definisca i compiti richiesti allo strumento militare e i mezzi (e i finanziamenti) necessari a far fronte agli impegni. Un documento programmatico che l’Italia non ha mai avuto e che risulta oggi quanto mai necessario a fronte di un bilancio della Difesa sempre più ridotto che rischia di portare alla paralisi le forze armate consentendo magari l’acquisto di mezzi moderni (anche grazie ai fondi ad hoc del Ministero dello Sviluppo economico, quest’anno 2.6 miliardi) ma non gli stanziamenti necessari alla manutenzione e all’addestramento del personale.
”Tutto possiamo permetterci tranne di mantenere forze armate di facciata, per onore di bandiera, da esibire in parate” ha detto la Pinotti esponendo al Senato le linee programmatiche del dicastero.
Fonte: lanuovabq.it

Ma che cavolo di suore sono queste???

Trovare libri di ideologia gender alle Paoline
di Donata Fontana

Metti che un sabato pomeriggio, in cerca di un pensierino per un’amica, si entri nel punto vendita di una nota casa editrice cattolica, in centro città. E metti anche il caso che, curiosando tra gli scaffali, tra le encicliche dei Papi e le poesie di Don Tonino Bello, si trovino anche libri come questi due: “Di pari passo. Percorso educativo contro la violenza di genere – di N. Muscialini” e “Dei che genere sei? Prevenire il bullismo sessista e omotransfobico – di B. Gusmano e T. Mangarella”.
E’ successo eccome: due libri per l’educazione alla gender-ideology dei ragazzi della scuola primaria e media, in vendita presso la Libreria “Edizioni San Paolo” di Verona, proposti ai genitori, agli educatori e agli insegnanti palesemente contro l’insegnamento del Magistero della Chiesa. Quando ci si è recati alla cassa per comprarli – al solo pietoso scopo di toglierli immediatamente dalla vista di chiunque altro potesse “cascarci” – è venuto spontaneo chiedere alla religiosa addetta ai pagamenti cosa ci facessero titoli come quelli in una libreria cattolica. La risposta: “Non possiamo leggere tutti i libri che vendiamo. Ci fidiamo della casa editrice!” , ma poi anche la promessa di togliere dagli scaffali altre eventuali copie.
In realtà, di fronte a titoli come questi due, non serve di certo leggere l’intero volume, ma forse neanche sfogliarlo appena, per rendersi conto di quale progetto di indottrinamento facciano parte; sono l’ennesima conferma che la macchina (dis)educativa dell’intellighenzia gay è ben oliata e sforna a spron battuto prodotti, progetti e iniziative per irretire le giovani generazioni. Con lo scopo della non discriminazione, ecco discriminato il diritto dei genitori all’educazione dei propri bambini e adolescenti in tema di primi approcci ai sentimenti e alla sessualità. Con l’obiettivo di educare al rispetto, ecco non rispettata la verità della natura umana e il ruolo educativo primario della famiglia. E che ad aiutare la diffusione di tutto ciò sia – forse anche in buona fede – una libreria cattolica è ancor più abominevole.
Per comprendere l’impostazione partigiana di questi due volumetti basta guardarne la copertina e le note biografiche riportate sugli autori. Beatrice Gusmano – ad esempio - è una sociologa che si occupa di educazione al genere nei contesti scolastici e di “micropolitiche dell’intimità” (dicitura nuova e misteriosa sulla quale non vogliamo nemmeno indagare, per paura di cosa potrebbe saltaner fuori) ma si qualifica soprattutto grande attivista per il riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQI. Al lettore attento non sarà sfuggito che la vecchia sigla LGBT si è allungata e, infatti, il libricino spiega bene che – oltre alle oramai classiche categorie Lesbiche-Gay- Bisessuali-Transessuali – il movimento del genderismo si è arricchito, per così dire, di nuove sfumature, accogliendo anche gli Intersessuali (coloro che presentano caratteri biologici appartenenti sia al sesso femminile che a quello maschile) e i Queer (indicante tutte le sfaccettature dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale restanti).
Ma i libelli in questione – così agili, colorati e accattivanti, proprio a misura di ragazzo – riservano ben altre sorprese: specifico sul tema è il capitoletto de “Di pari passo” sui “Gusti sentimentali”, neanche si stesse parlando di palline del gelato. Si spiega fin troppo dettagliatamente che una cosa è il sesso biologico, cioè l’essere maschio o femmina, ben altra è il genere, vale a dire il sentirsi maschio o femmina, e una terza ancora è l’orientamento sessuale, cioè il desiderare un maschio o una femmina. Per chiarire tutto ci sono persino schede riassuntive sulla permeante differenza tra etero-omo-bisessuale e quiz, per testare la comprensione dei ragazzi a seguito della lettura di un articolo riportante le dichiarazioni di coming-out di Tiziano Ferro.
Se si passa, invece, a sfogliare “Di che genere sei?” ci si ritrova a ridere, per non piangere. Si tratta di schede pratiche in aiuto al docente per la trattazione di temi legati all’amore, all’attrazione fisica e alla sessualità per combattere gli stereotipi moderni sui differenti orientamenti sessuali. Gli autori non si fanno mancare niente. Da domande faziose come “Chi ci può dire chi si deve amare?” alle citazioni di personaggi famosi come Bach, Einstein e compagnia bella, delle quali due meritano di essere riportate per la spietata furbizia che rivelano nell’essere state selezionate: “Il giusto fondamento di un matrimonio è l’incomprensione reciproca – Oscar Wilde” giusto per banalizzare ancor più la scelta, ormai retrò, di sposarsi, e “Ciò che era vero ieri, oggi non lo è più – Piero Angela” per non correre il rischio di credere che ci siano degli assoluti imprescindibili, ad esempio, riguardo all’amore e alla famiglia. Ma si trovano anche un “Cruciverba LGBT”, per testare la conoscenza delle definizioni di termini come queer, transgender e outing e un gossip-quiz, per riflettere sull’identità sessuale dichiarata da grandi della musica e dello spettacolo come Mick Jagger o Scarlett Johansson.
Entrambi i libri sono, in definitiva, tenaci e metodici nell’intento di imporre come naturale e accettabile qualsiasi teoria sulla sessualità umana, scrupolosissimi nel non tralasciare nulla nella proposta di una ben precisa ideologia agli insegnanti e, per via indiretta, anche ai bambini e agli adolescenti, profetando come la questione del gender sia la chiave per la risoluzione di ogni problema sociale.
Siamo fiduciosi che molti genitori si rifiuterebbero di comprare libri simili; speriamo ci siano tante altre librerie cattoliche che si rifiutino, altresì, di pubblicizzarli.

Fonte:Kairosterzomillennio

19 marzo. Solennità di San Giuseppe


Giuseppe abbracciava il Figlio in quanto neonato,
lo serviva in quanto Dio.
Gioiva di lui in quanto buono 
e aveva soggezione di lui in quanto giusto.
Grande paradosso!
Chi mi ha dato che tu diventassi figlio mio, 
o figlio dell'Altissimo?
Volevo licenziare tua madre.
Non sapevo che nel suo utero c'era un gran tesoro,
che avrebbe arricchito in un istante la mia povertà.
Il re Davide è sorto dalla mia tribù 
e ha cinto il diadema.
A un gran abbassamento sono giunto io: 
invece che re sono carpentiere.
Mi è toccato però un diadema: 
nelle mie braccia sta il Signore dei diademi.
Mosè portava le tavole di pietra 
che il suo Signore aveva scritto.
E Giuseppe scortava solennemente la tavola pura, 
nella quale dimorava il figlio del Creatore.

S. Efrem

18 mar 2014

IL GIORNO DOPO IL REFERENDUM - Minacce ai sacerdoti greco cattolici di Crimea Si prega per la pace

Il vescovo ausiliare della diocesi cattolica di Odessa-Simferopoli, responsabile per la Crimea, monsignor Jacek Pyl, pur in un momento così difficile, non si sottrae alle domande: "Abbiamo bisogno di aiuto e supporto spirituale, chiediamo preghiera e digiuno in questo periodo di Quaresima perché abbiamo bisogno di un miracolo". E ancora: "Per noi la preghiera del Papa è molto importante"
Maria Chiara Biagioni

Paura e preoccupazione. Sono questi i sentimenti che più serpeggiano tra i cattolici di Crimea il giorno dopo il referendum. Eppure non smettono di affidarsi alla preghiera e di continuare a credere nel miracolo della pace perché “è Dio a governare e guidare la storia”. Come prevedibile, ieri il 95,6% delle preferenze ha detto sì all’annessione alla Russia e il Parlamento oggi ha proclamato la Repubblica di Crimea come Stato sovrano indipendente nel quale la città di Sebastopoli ha uno status particolare e ha chiesto a Mosca di fare entrare la Repubblica di Crimea in qualità di nuovo soggetto della Federazione Russa con lo status di Repubblica.
 
Il miracolo della pace. Il telefono del vescovo ausiliare della diocesi cattolica di Odessa-Simferopoli, responsabile per la Crimea, monsignor Jacek Pyl, è sempre acceso. Anche oggi, nel giorno in cui si contano i risultati di un referendum che ha decretato la separazione della Crimea dall’Ucraina. In uno stentato francese, racconta da Simferopoli che ieri alla fine della Messa domenicale e di fronte al Santissimo Sacramento, ha affidato la Crimea e tutte le persone e i popoli che la abitano, alla protezione del Cuore immacolato di Maria. In attesa dei risultati “ufficiali” del referendum, la Chiesa cattolica - dice - non farà dichiarazioni politiche perché non è missione della Chiesa fare analisi di questo tipo. Ma chiede l’aiuto e il sostegno spirituale nella preghiera e nel digiuno quaresimale alle Chiese sorelle europee. Avete paura, siete preoccupati? “Mi sento - confida il vescovo, quasi sorpreso della domanda ‘retorica’ - come Gesù nel giardino del Getsemani. Prego e vivo nella speranza”. “Nella situazione in cui ci troviamo - prosegue il vescovo ausiliare - abbiamo bisogno di aiuto e supporto spirituale, chiediamo preghiera e digiuno in questo periodo di Quaresima perché abbiamo bisogno di un miracolo. Ma abbiamo anche fede e la speranza che Dio governa la storia e guida anche questa situazione. Per la nostra fede, noi confidiamo nella Provvidenza di Dio, che tutto ciò che avverrà, sarà sua volontà e non la volontà di governanti e re. È Dio che governa la storia”. Poi il vescovo lancia un appello alla pace: “Cerchiamo innanzitutto la pace interiore, la pace nei cuori e la pace nelle famiglie. Il comandamento dell’amore di Gesù che è l’amore al prossimo, è la sorgente della vera pace e della pace tra le nostre famiglie”.
 
L’incontro di Sua Beatitudine Shevchuk con Papa Francesco. Lo sguardo di mons. Pyl si rivolge poi a Roma dove - ci dice - Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica di Ucraina, ha incontrato in mattinata Papa Francesco e il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. Che cosa vi aspettate dal Papa? “Aiuto spirituale. Ieri nella preghiera al Cuore immacolato di Maria, abbiamo rinnovato la nostra fedeltà a Papa Francesco. Siamo con lui. Per noi la preghiera del Papa è molto importante”. Più volte Francesco si è pronunciato, anche durante gli Angelus, per la pace e il dialogo in Ucraina. E quando nelle settimane scorse aveva incontrato l’arcivescovo Shevchuk nell’ambito dei lavori di segreteria per il Sinodo sulla famiglia, gli aveva detto: “Coraggio”.
 
La situazione dei preti greco cattolici di Crimea. La situazione dei sacerdoti greco cattolici in Crimea non è facile. È il dipartimento d’informazione della Chiesa greco cattolica di Ucraina a confermare il rapimento e il rilascio dopo poche ore di un sacerdote, padre Mykola Kvych: era stato prelevato sabato pomeriggio da uomini armati dalla chiesa dell’Assunzione nella città di Sebastopoli in cui era parroco e portato via in macchina verso una destinazione sconosciuta. Poi il suo rilascio. Ma la Chiesa greco cattolica fa sapere che, secondo quanto riferito dal dipartimento per la cura pastorale delle forze armate, nel mese di marzo più di un sacerdote della Chiesa greco cattolica ha ricevuto minacce, a parole e per iscritto, ed è stato invitato a lasciare il territorio di Crimea. Forte preoccupazione per l’escalation della situazione anche in altre regioni e province dell’Ucraina, è stata espressa dal vescovo di Odessa-Simferopoli monsignor Bronislav Biernacki. “La situazione ora è estremamente pericolosa - ha detto - e noi tutti speriamo che le forze politiche occidentali possano fermare Putin”.

Fonte: Sir

Morto il Vescovo sotterraneo di Shanghai


di Bernardo Cervellera
Roma (AsiaNews) – Mons. Giuseppe Fan Zhongliang (v. foto), vescovo sotterraneo di Shanghai, da quasi 20 anni agli arresti domiciliari, è morto ieri all’età di 97 anni. Da almeno 10 anni era profondamente malato. Non si conoscono ancora la data e il luogo dei funerali. E’ molto probabile che il governo, non riconoscendolo come vescovo, obblighi i fedeli a celebrare in basso profilo il funerale  senza alcuna insegna vescovile.
Nato nel 1918, nel 1938 è entrato nella Compagnia di Gesù e divenuto sacerdote nel 1951. Nel 1955, quando Mao Zedong voleva eliminare tutti i vescovi e sacerdoti che non volevano rompere il legame con il papa, egli è stato arrestato insieme al vescovo della città,mons. Ignazio Gong Pinmei. Da allora, egli ha passato circa 30 anni in prigione o nei campi di lavoro forzato.
Nell’85 è stato segretamente ordinato vescovo coadiutore di Shanghai, mentre mons. Gong era ancora in prigione. Alla morte di quest’ultimo, nel 2000, è stato designato da Giovanni Paolo II quale vescovo ordinario di Shanghai. Ma in parallelo, già nell’85, il governo aveva designato mons. Aloysius Jin Luxian vescovo ufficiale della città.
Il governo non ha mai riconosciuto mons. Fan, anche se negli ultimi anni, in modo segreto, i due vescovi, entrambi gesuiti, si sono riconciliati.
Mons. Jin è morto lo scorso anno. Ora la diocesi di Shanghai ha un solo vescovo, mons. Taddeo Ma Daqin, che si trova anch’egli agli arresti domiciliari dal giorno della sua ordinazione.  Mons. Ma, infatti, pur essendo designato dal governo – ma con l’approvazione della Santa Sede – ha rifiutato di farsi ordinare da vescovi illegittimi  e di partecipare all’Associazione patriottica, l’organismo di controllo del Partito comunista sulla Chiesa.
Papa Francesco, confratello gesuita di mons. Fan, non lo ha conosciuto in modo diretto. Un anno fa, alcuni fedeli di Shanghai hanno chiesto ad AsiaNews di poter avere una benedizione del papa per lui, già molto malato e consunto.

Allarme droga in Italia


Roma, 17 mar. (Adnkronos Salute) - Allarme droghe sintetiche in Italia. Cresce tra i ragazzi il consumo delle pasticche: amfetamine, ecstasy, ketamina, Lsd. La lista è lunga. E le cifre preoccupanti: nel 2013 sono circa 66.000 i ragazzi che hanno fatto uso di stimolanti e 60.000 quelli che hanno assunto allucinogeni, che corrispondono rispettivamente al 2,8% e 2,5% degli studenti italiani.
Numeri in crescita rispetto a quanto rilevato negli anni scorsi. Ad esempio, per l’assunzione di stimolanti si è passati dal 2,4% del 2011 al 2,8% dell’ultima rilevazione, mentre per il consumo frequente di allucinogeni (10 o piu’ volte in un mese) il passaggio è stato dallo 0,6% del 2011 allo 0,8% del 2013. E’ quanto emerge dallo studio Espad-Italia (European school survey on alcohol and other drugs), realizzato dal Reparto di epidemiologia e ricerca sui servizi sanitari dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr), che l’Adnkronos Salute è in grado di anticipare.L’indagine ha coinvolto 45mila studenti delle scuole superiorie 516 istituti scolastici di tutta la penisola.
USO DROGHE SINTETICHE, PIU’ INCREMENTI AL NORD - I maggiori incrementi nei consumi si osservano nelle regioni del Nord, che dal 2,3-2,4% del 2011 passano generalmente a valori intorno al 3%. L’assunzione di stimolanti è aumentata anche in Puglia e Lazio, dove dal 2,2% e 2,3% del 2011 si è passati a una soglia di poco inferiore al 3%. I maschi sembrano più ‘attratti’ rispetto alle ragazze (3,7% contro 1,9%), in particolare da amfetamine ed ecstasy. Per quanto riguarda le sostanze allucinogene (Lsd, ketamina e funghi) il 2,5% dei giovani intervistati ammette l’uso nell’ultimo anno, ma tra i diciannovenni la quota arriva al 3,4% e 1,6% nell’ultimo mese.
UNO SPINELLO AL GIORNO PER 75MILA ADOLESCENTI - Lo spinello? Un vizio quotidiano per circa 75mila studenti italiani, sempre più affascinati dalla droga. D’altronde i numeri parlano chiaro: si stima chenel 2013 gli studenti che hanno utilizzato cannabis almeno una volta sono 580.000 e circa 75.000 quelli che l’hanno consumata quasi quotidianamente. Un significativo balzo in avanti, se si considera che nel 2012 – su 2,5 milioni di studenti – erano circa 500mila i ragazzi delle scuole medie superiori che (almeno una volta) avevano fatto uso di cannabis. Anche in questo caso i giovani maschi sono più attratti dalle droghe rispetto alle ragazze (30% contro 19%). Un altro aspetto significativo che balza agli occhi riguarda l’età media del primo contatto con la droga: intorno ai 15 anni.
In raffronto con l’anno precedente, si evidenzia infatti come siano gli studenti del Centro, della Campania, del Piemonte e del Friuli Venezia Giulia ad aver incrementato maggiormente i consumi. Anche se l’incremento dei consumi riguarda soprattutto i maschi, si registra un aumento anche tra le ragazze: in Campania (dal 13,6% del 2012 al 17% del 2013); in Abruzzo (dal 17% al 21%) e soprattutto in Piemonte (dal 17% al 22%). “Il consumo di cannabis tra i giovani – spiega la responsabile della ricerca, Sabrina Molinaro dell’Ifc-Cnr – riprende a crescere. Questa tendenza – aggiunge – si conferma anche nei primi risultati preliminari del nostro studio Ipsad sulla popolazione generale (15-74 anni) che rileva un leggero incremento della prevalenza di consumatori occasionali (una o più volte l’anno) di cannabis a fronte di un sensibile aumento dei consumatori frequenti (20 o più volte al mese)”.
16MILA SCHIAVI DELL’EROINA - In Italia, tra i ragazzi delle scuole, si sta diffondendo anche l’uso di sostanze certamente più pericolose. Droghe ‘da adulti’, come l’eroina e la cocaina. Sono circa 36.000 gli studenti italiani che hanno provato eroina e/o altri oppiacei almeno una volta nella vita (l’1,5%) e di poco inferiore è il numero di chi l’ha utilizzata nell’ultimo anno (28.000): cioè l’1,2% degli studenti. Di questi, poco meno di 16.000, quasi l’1%, l’hanno consumata per 10 o più volte nell’ultimo mese. Diventandone, praticamente, schiavi. Dall’indagine emerge chiaramente anche l’aumento del consumo frequente di cocaina (da 0,6% del 2011 a 0,8% dell’ultimo anno). Nel dettaglio, sono circa 65.000 i ragazzi che hanno assunto cocaina almeno una volta nell’ultimo anno (il 2,8%) e 18.500 (cioè lo 0,8% degli studenti italiani) quelli che ne ha fatto un uso intensivo, per 10 o più volte nell’ultimo mese.

17 mar 2014

• Obbedire = ob-audire: ascoltare stando di fronte.


• Obbedire = ob-audire: ascoltare stando di fronte.

Una riflessione di don Tonino Bello, tratta dal suo scritto «MARIA, DONNA DEI NOSTRI GIORNI», ediz. Paoline 1996. [Un frammento, invitando alla lettura completa. Il testo si trova anche in rete]

«Si sente spesso parlare di obbedienza cieca. Mai di obbedienza sorda. Sapete perché?Per spiegarvelo devo ricorrere all' etimologia la quale, qualche volta, può dare una mano d'aiuto anche all'ascetica.Obbedire deriva dal latino ob-audire, Che significa: ascoltare stando di fronte.Quando ho scoperto questa origine del vocabolo, anch' io mi sono progressivamente liberato dal falso concetto di obbedienza intesa come passivo azzeramento della mia volontà, e ho capito che essa non ha alcuna rassomiglianza, neppure alla lontana, col supino atteggiamento dei rinunciatari. Chi obbedisce non annulla la sua libertà, ma la esalta. Non mortifica i suoi talenti, ma li traffica nella logica della domanda e dell' offerta.Non si avvilisce all'umiliante ruolo dell'automa, ma mette in moto i meccanismi più profondi dell'ascolto e del dialogo.C'è una splendida frase che fino a qualche tempo fa si pensava fosse un ritrovato degli anni della contestazione: "obbedire in piedi". Sembra una frase sospetta, da prendere, comunque, con le molle. Invece è la scoperta dell'autentica natura dell' obbedienza, la cui dinamica suppone uno che parli e l'altro che risponda. Uno che faccia la proposta con rispetto, e l'altro che vi aderisca con amore. Uno che additi un progetto senza ombra di violenza, e l'altro che con gioia ne interiorizzi l'indicazione.In effetti, si può obbedire solo stando in piedi. In ginocchio si soggiace, non si obbedisce. Si soccombe, non si ama. Ci si rassegna, non si collabora.»

16 mar 2014

A oração não tem fronteiras


«Durante os passeios que dava com o Papá, 
ele gostava de me mandar 
dar a esmola aos pobres que encontrávamos. 
Um dia vimos um que se arrastava penosamente com muletas; 
aproximei-me para lhe dar um soldo, 
mas, não se considerando bastante pobre 
para receber a esmola, olhou-me, sorrindo tristemente, 
e recusou aceitar o que lhe oferecia. 
Não consigo exprimir o que se passou no meu coração. 
Quisera consolá-lo, aliviá-lo; 
em vez disso, julgava tê-lo magoado. 
Certamente o pobre doente adivinhou o meu pensamento, 
pois vi-o voltar-se e sorrir-me. 
O Papá acabava de me comprar um bolo; 
tinha muita vontade de lho dar, mas não me atrevi. 
Porém, queria dar-lhe qualquer coisa 
que ele não me pudesse recusar, 
pois sentia por ele uma simpatia muito grande.»
«Então lembrei-me de ter ouvido dizer que, 
no dia da Primeira Comunhão se obtinha tudo quanto se pedisse; 
este pensamento consolou-me e, 
apesar de ter então apenas seis anos, 
disse para comigo: 
“Rezarei pelo meu pobre, no dia da minha Primeira Comunhão”. 
Cumpri a promessa cinco anos mais tarde, 
e espero que Deus tenha atendido a oração 
que Ele me inspirou fazer-Lhe 
por um dos seus membros sofredores... 

Santa Teresa do Menino Jesus | 1873 - 1897 
Manuscrito A, [15rº] 

Senhor, 
a oração opera maravilhas em nós e nos outros! 
Nesta Quaresma possa eu crescer no apreço pela oração, 
não deixando de rezar, 
isto é, 
de me dirigir a Ti, um único dia. 
Ajuda-me, Senhor!
2014-03-16

VERSO LE PERIFERIE Fare catechesi all’insegna dell’inclusione

È in corso a Montesilvano il Convegno unitario settori Apostolato biblico, Catecumenato e Catechesi delle persone disabili. Per don Guido Benzi, direttore dell’Ufficio catechistico della Cei, la "Chiesa in uscita" di cui parla il Papa esige anche "una contaminazione" tra i tre settori. All’incontro partecipano 240 persone, in rappresentanza di quasi tutte le regioni d’Italia
dall’inviata Sir a Montesilvano, M. Michela Nicolais

“Inclusione”. È questa la parola d’ordine per raggiungere le “periferie esistenziali”, come vuole Papa Francesco. Perché “fare catechesi oggi significa collocarsi nelle periferie”. Don Guido Benzi, direttore dell’Ufficio catechistico della Cei (Ucn), sintetizza così il “clima” del Convegno unitario dei settori Apostolato biblico, Catecumenato e Catechesi delle persone disabili in corso a Montesilvano (Pescara) sul tema “Verso le periferie esistenziali”. All’incontro partecipano 240 persone, in rappresentanza di quasi tutte le regioni italiane, da Nord a Sud.
 
Tre “periferie”, tre modi di fare catechesi. Periferie esistenziali dove si incontra la sofferenza e si fanno i conti con la realtà del limite e con le proprie, non solo altrui, fragilità. Dove è forte la domanda religiosa. Dove a dominare è la richiesta di senso. “Ci sono tre livelli di periferie esistenziali”, ci spiega il direttore dell’Ucn: “Il primo è quello che pone la necessità di incontrarsi con situazioni diverse, dove l’inclusione è una domanda forte, come nel caso delle presone con disabilità. Il secondo è quello che ci pone in contatto e in dialogo con chi non ha fede, o muove i primi passi verso di essa, come avviene nel catecumenato, un settore fondamentale della catechesi dei nostri tempi, e che si sta sviluppando sempre di più. Infine, c’è la necessità sempre impellente per il cristiano di far partecipi gli altri di quello che è il tesoro della nostra fede: la rivelazione di Dio in Cristo, l’annuncio del Vangelo a tutte le persone alla ricerca di un senso, attraverso proposte come l’apostolato biblico”. La “Chiesa in uscita” di cui parla il Papa nella “Evangelii Gaudium” esige anche “una contaminazione” tra i corrispondenti tre settori in cui in Italia si articola la catechesi, spiega don Benzi. I bambini oggi non sanno più farsi il segno della Croce, ha denunciato Francesco: se intendiamo la catechesi in senso “inclusivo”, propone il direttore dell’Ucn, i bambini possono imparare dalle persone disabili, perché “ogni disabile è un catechista per ciò che è, è un testimone della fede”. Quella fede, magari, di cui le famiglie rischiano di disimparare i gesti.
 
“Dove meno te lo aspetti…”. In Italia sono circa un migliaio, ogni anno, le persone che chiedono di ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana. A ricordare il dato è monsignor Paolo Sartor, direttore del settore Catecumenato dell’Ucn, attestando come questa modalità di fare catechesi si stia diffondendo ormai “dai grandi centri urbani, dove è nata, ai centri più piccoli”. A chiedere il catecumenato sono stranieri che qui da noi “incontrano la fede perché nei loro Paesi non era possibile essere cristiani”, bambini ma anche italiani che “non hanno ricevuto un’educazione cristiana in famiglia e poi riscoprono la fede”. Che tipo di “periferie” intercetta il catecumenato? Mons. Sartor risponde con una frase lapidaria e molto evocativa: “Ci insegna che il Signore è presente là dove meno te lo aspetti…”.
 
“Mettere le persone a proprio agio”. “L’inclusione reale genera vita e coglie tutta la persona”. Parola di suorVeronica Donatello, responsabile del settore Catechesi delle persone disabili dell’Ucn, che mette l’accento sulla differenza tra “integrazione”, che interviene quando una realtà già c’è, e “inclusione”, che invece agisce prima che l’evento accada e vuole “mettere le persone a proprio agio”. Con le persone disabili, in altre parole, non funziona l’atteggiamento di chi dice “se arriva, poi ci pensiamo”, ma quello esattamente opposto, che “inserisce la cultura dell’accoglienza nella progettazione”. “Spesso anche le parrocchie possono essere ghettizzanti”, denuncia la religiosa, secondo la quale in materia di disabilità “siamo noi a creare periferie”. Un esempio per tutti: la liturgia. “Noi tendiamo a spiegare, a ridurre: le persone disabili ci insegnano invece che dobbiamo permettere alla persona di ‘esplodere’, recuperando la valenza simbolica del rito e l’importanza dei gesti”. Adattare i giochi alle persone disabili, considerare tutto lo spettro entro cui si manifesta l’autismo, affrontare la sfida delle disabilità intellettive: sono questi alcuni ambiti di impegno del “lavoro di rete” che compiono le équipe di questo settore della catechesi, in cui “non ci si improvvisa, la formazione è essenziale”. Non mancano le pratiche virtuose nelle diocesi: come a Pistoia, dove si affrontano i “casi estremi” sia delle disabilità lievi, “in cui la persona tra i ‘normali’ si sente fuori posto, e tra i disabili si sente strana”, sia delle disabilità gravi, in cui le persone sono quasi in stato vegetativo. Perché “Dio è per tutti”.
 
La Bibbia è “narrazione”. L’apostolato biblico è un modo per “raggiungere chi è ai margini della fede”. Ne è convinto don Dionisio Candido, responsabile dell’omonimo settore dell’Ucn, che definisce il suo ambito “periferia della fede” e spiega come il metodo narrativo sia quello più idoneo a “raccontare” la Bibbia all’uomo di oggi. “La Bibbia non è fatta per chi si sente arrivato”, spiega il sacerdote, ma per “recuperare quella parte di noi che ancora deve essere evangelizzata e cercare di portarla all’intimità con Gesù”. I centri di ascolto, la pratica della “lectio divina”, le scuole della Parola diffuse capillarmente in tutto il nostro territorio ne sono un esempio eloquente: “Se sfogliamo le pagine della Bibbia - conclude don Candido - ci accorgiamo che i personaggi crescono, attraversando fatiche e subendo anche i rimproveri”.


15 mar 2014

SUL FILO GIURIDICO ~ La "negoziabilità" dei valori approda ai Lincei


All’Accademia una riflessione del docente emerito di diritto civile Pietro Rescigno, membro del Comitato nazionale di bioetica. Una valutazione giuridica che comunque coinvolge sempre due sistemi e due diversi ordini, quello della Chiesa e quello dello Stato, ciascuno indipendente e sovrano e al tempo stesso chiamati a coesistere e agire per il bene più alto dell’uomo, sia esso credente o meno.

Luigi Crimella

“La centesima pecora. I valori ‘non negoziabili’ e il diritto” è stato il tema della conferenza proposta ieri alla Accademia nazionale dei Lincei dal docente emerito di diritto civile Pietro Rescigno, membro del Comitato nazionale di bioetica. L’ottica del relatore, che ha parlato di fronte a un “pubblico” di accademici e soci dei Lincei molto attento e numeroso, è stata quella giuridica, anche se l’introduzione ha fatto riferimento al Vangelo di Luca, quando parla di un pastore che lascia le 99 pecore per andare a cercare la 100ª che si è “perduta”. Rescigno ha citato anche parabole analoghe, quali quella della donna che perde in casa la dracma e la cerca con impegno, come pure quella notissima del “figlio prodigo”. Un tema giuridico, quindi, che ha sullo sfondo l’ispirazione evangelica (100ª pecora) ma anche - lo ha sottolineato il relatore - “i recenti episodi di dialogo tra il Papa e gli ambienti della cultura e del giornalismo”, che ha riguardato figure che “rimangono legate alla formazione laica che rivendicano, ma che amano pensare, discutere, scrivere e ospitare su importanti giornali la voce del pontefice, non dispiacendosi di essere oggetto di ‘predilezione’, come la centesima pecora, da parte di chi possiede un indubbio magistero e una grande influenza sulla vita della comunità”. “Questo dialogo - ha proseguito - può essere occasione per affrontare una discussione che divide le due culture su temi che chiamiamo ‘non negoziabili’” e che “se affidato a soggetti e nei luoghi dove si dovrebbe compiere sul piano istituzionale potrebbe trovare resistenze e difficoltà”.

I tempi del legislatore e le esigenze degli uomini. Il giurista è quindi entrato nello specifico della dizione “valori non negoziabili”, che era l’ambito principale della riflessione. “Valori - ha detto - è una parola che, soprattutto nel campo dei giuristi, viene contestata, perché gli stessi sono abituati alla norma e ritengono che i ‘valori’ siano qualcosa di difficilmente definibile, sfuggente e non compatibile con criteri di certezza che sono alla base del diritto”. Ha quindi approfondito il concetto affermando che “un discorso sui valori ‘non negoziabili’, che taluno chiama ‘sensibili’ mutuando la terminologia di altra materia, deve non solamente individuare i settori dell’esperienza individuale e collettiva in cui il problema è avvertito, ma prima ancora i soggetti e i luoghi della ‘negoziazione’ in vista di una possibile mediazione o di una constatata impossibilità di trovare regole risolutive dei conflitti”. “Che siano in prima, se non esclusiva istanza i partiti politici e il Parlamento attori e sede del confronto, - ha proseguito - è posizione in teoria coerente con i principi e le strutture della democrazia rappresentativa. Ma essa non risponde ai dati di realtà, soprattutto nel nostro Paese e con riguardo ai temi che il legislatore elude o disciplina in maniera lacunosa o contraddittoria. Di qui la particolare attenzione che occorre riservare ai giudici e alla loro funzione in senso ampio ‘supplente’, con riguardo a interrogativi che toccano la vita e il destino degli uomini dalla nascita alla morte (quali la procreazione medicalmente assistita e il testamento biologico, ha notato)”.

Dalla dottrina cattolica al diritto civile. Una riflessione “laica” e “giuridica” sui “valori non negoziabili” riporta indietro nel tempo, quando la categoria venne assunta nel dibattito e nella cultura cattolica. Tale categoria apparve per la prima volta in forma ufficiale nella “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”, emanata il 24 novembre 2002 dalla Congregazione per la dottrina della fede. A firmarla era stato il cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della stessa congregazione, dopo aver avuto l’approvazione da parte di Papa Giovanni Paolo II. Quindi un testo di altissimo valore dottrinario. In esso si sottolineava che la Chiesa non deve “formulare soluzioni concrete - e meno ancora soluzioni uniche - per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno”, anche se i credenti sono chiamati a “dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili”. Tra i casi sui quali occorreva questa coerenza profonda da parte dei credenti, venivano citate le leggi civili in materia di aborto, eutanasia, tutela e promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso, la libertà di educazione ai genitori per i propri figli. Si parlava anche di tutela dei minori, liberazione dalle moderne schiavitù (droga, prostituzione, tratta), di libertà religiosa, di economia da orientare al bene comune e non alla prevaricazione dei ricchi sui poveri. Il panorama dei “valori non negoziabili” quindi era, e rimane, molto vasto, anche se, col tempo, le terminologie possono venire aggiornate e anche gli stili di riflessione sui problemi possono cambiare. Lo ha riconosciuto alla fine del suo intervento l’accademico dei Lincei Rescigno, quando ha parlato di una “negoziabilità” o meno che comunque riguarderà sempre due sistemi e due diversi ordini, quello della Chiesa e quello dello Stato, ciascuno nel proprio ordine indipendente e sovrano e al tempo stesso chiamati in qualche modo a coesistere e agire per il bene più alto dell’uomo singolo, sia esso credente o meno.

Fonte: agensir

GLI ULTRÀ CONTRO LA VEDOVA SCIREA - Superato il limite Problema non è lo stadio ma chi lo frequenta

Parla Dino Zoff, icona del calcio italiano e amico personale di Gai: "Questi gravi fatti accadono da molto tempo e ciò testimonia che non si sono fatti grandi passi in avanti". In questi anni "non è cambiato il calcio, o l'ambiente che vi gira intorno, è cambiato proprio il mondo". E ancora: "Ai giovani va insegnato non solo a saper vincere, ma anche a saper perdere e a rispettare le decisioni dell'arbitro"
Daniele Rocchi (agensir)


Cori razzisti, striscioni offensivi, offese nei confronti di persone che non ci sono più: ogni settimana, negli stadi italiani, è sempre più facile assistere ad episodi vergognosi che coinvolgono i settori più caldi delle tifoserie. L’ultimo esempio viene da Torino, sponda Juventus. Mariella Scirea, vedova di Gaetano, calciatore che ha onorato il calcio italiano a 360 gradi con la maglia della Juve e dell’Italia, ha stigmatizzato i cori razzisti che spesso si levano dal settore dello stadio intitolato al marito, minacciando di togliere alla Curva Sud dello Juventus Stadium il nome di Scirea. Dura la risposta del gruppo “Drughi Ultrà Curva Sud” che, in una lettera, hanno invitato la signora a rinunciare al cognome Scirea. Per Dino Zoff, grande amico personale di Scirea, altra icona del calcio italiano, giocatore, allenatore di club e della Nazionale, dirigente sportivo, “ciò che è accaduto non è bello”: “Le osservazioni di Mariella Scirea erano volte a stigmatizzare questi comportamenti e cercare di porvi un limite. Ha solo voluto mandare un invito ad abbassare i toni. La risposta dei tifosi è stata molto pesante. Credo sia meglio chiudere qui la polemica e cercare di migliorare alcuni atteggiamenti dei tifosi che spesse volte vanno oltre”. 

Cosa pensa degli striscioni inneggianti alla tragedia di Superga esposti sempre allo Juventus Stadium in occasione dell’ultimo derby col Torino? 
“Il limite è stato abbondantemente superato. Purtroppo questi gravi fatti accadono da molto tempo e ciò testimonia che non si sono fatti grandi passi in avanti. Oggi i media danno molto più risalto a queste vicende che, ripeto, purtroppo si verificavano anche in passato e alle quali non si è posto rimedio”. 

Per fronteggiare questo fenomeno è sufficiente chiudere le Curve, penalizzando quindi anche la parte sana delle tifoserie, o serve altro? 

“Credo che si debba insistere sull’educazione. La decisione di chiudere i settori dello stadio a volte ha un senso a volte no. Fatti i dovuti distinguo può capitare che il razzismo territoriale sia espressione più di una forma di campanilismo spinto che non di un effettivo sentimento razzista. Resta chiaro che qualunque atteggiamento e coro razzista debba essere ripreso con decisione. Ciò che sta facendo l’Autorità sportiva è logico”. 

È, dunque, un problema di educazione, di cultura sportiva che manca sia in campo che fuori e che spinge il “cretino di turno” ad inneggiare a tragedie immani come Superga, l’Heysel, l’Olocausto. Rispetto al tempo in cui lei giocava o allenava, trova che il mondo del calcio sia cambiato in peggio? 
“Non è cambiato il calcio, o l’ambiente che vi gira intorno, è cambiato proprio il mondo. La maleducazione la troviamo non solo negli stadi ma in strada, in ogni luogo e tutti i giorni. Certamente lo stadio aggrega un numero elevato di gente e dunque certi fatti sono amplificati e trovano ulteriore risalto nei media. Il problema non è nello stadio ma in molti che lo frequentano”. 

Si tratta in definitiva di tornare ad educare per formare giovani sportivi, ma come? 
“Le regole sportive, come il rispetto dell’avversario e un comportamento leale, se insegnate da allenatori preparati e formati possono davvero migliorare il giovane. Se non ci sono insegnanti che trasmettono queste regole lo sport perde senso e resta solo uno spettacolo fine a se stesso. Ai giovani va insegnato non solo a saper vincere, ma anche a saper perdere e a rispettare le decisioni dell’arbitro. Solo così si migliora e si aiuta a costruire un uomo, che diventi o meno un bravo calciatore”. 

A proposito di bravi calciatori, c’è un giovane che l’ha colpita in modo particolare in questo campionato? 

“Il portiere del Genoa, Mattia Perin, giovane che ha già molte partite sulle spalle. Interessante, anche se ha giocato solo pochissime gare, il giovanissimo estremo difensore dell’Udinese, Simone Scuffet. Bravo anche il giovane della Lazio, Keita. Ha qualità ed è un ottimo attaccante”. 

Le chiederei un pronostico sullo scudetto se la Juve non avesse già chiuso la pratica. Per il secondo posto chi vede meglio tra Roma e Napoli? 
“La Roma ha un bel vantaggio ed una partita da recuperare, quindi buone possibilità per tenere il secondo posto sul Napoli, terzo. Dietro, la corsa per l’Europa è ancora tutta aperta”.

RENE, MIDOLLO, CUORE Organi in vendita E c’è anche chi ne stima il valore

Il dibattito a livello internazionale è tutt’altro che chiuso. Gli economisti Gary S. Becker, premio Nobel 1992, e Julio Jorge Elias hanno proposto sul Wall Street Journal di liberalizzare la vendita di reni negli Stati Uniti, stimandone addirittura il prezzo: circa 11mila euro (15mila dollari). Le ragioni etiche, cliniche e giuridiche che spingono a confermare la pratica della donazione
Giuseppe Del Signore (agensir)


“Rene offresi”. “Per gravissimi problemi personali sono costretta a vendere un rene, il midollo o parte del fegato”. “Vendo il mio cuore, la somma ricavata andrà alla mia famiglia”. Basta navigare un po’ sul web per trovare siti di annunci come soloinaffitto.it dove in vendita non ci sono un telefono o un’automobile usati, ma un organo umano. Il dominio è italiano perché anche in Italia aumentano le persone che sono pronte a vendere parte del proprio corpo, magari sognando cifre da capogiro che in realtà non ci sono. Gli economisti Gary S. Becker, premio Nobel 1992, e Julio Jorge Elias il 18 gennaio hanno proposto sul Wall Street Journal di liberalizzare la vendita di reni negli Stati Uniti e stimandone addirittura il prezzo: circa 11mila euro (15mila dollari). Una cifra modesta calcolata dai due studiosi considerando le giornate di lavoro perse tra espianto e riabilitazione, il rischio per un intervento di chirurgia maggiore e le possibili ricadute in termini di qualità della vita. Con 11mila euro per “rivenditore” secondo i due economisti si potrebbe legalizzare un traffico da cui già oggi si alimenta quel 20% di trapianti che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) avviene al di fuori dei principi di gratuità e libertà alla base della Dichiarazione di Istanbul del 2008. “L’espianto d’organi - afferma il direttore del Centro nazionale trapianti Alessandro Nanni Costa - può essere fatto solo in ospedale, non in un garage; il trapianto è una catena controllata. Nel mondo esiste il commercio di reni; non si tratta di gente che viene bloccata e operata di nascosto… si deve pensare a ospedali veri e propri che a un paziente, in accordo con le norme di alcuni Paesi, offrono l’organo a pagamento. Per questo la proposta statunitense per noi è pericolosissima e da evitare”.
Tra economia ed etica. Secondo il duo Becker-Elias dando una compensazione economica sarebbe possibile rispondere alla cronica carenza di reni. In Italia, al 30 giugno 2013, erano 6.507 quanti attendevano di ricevere un rene nuovo, con una permanenza in lista di attesa pari a circa 3,1 anni e 1.486 trapianti effettuati al 31 ottobre (fonte Centro nazionale trapianti). Di questi, 230 (proiezione a fine 2013) provenivano da donatore vivente, il 3,2% (Usa 34%, Regno Unito 16,4%, Germania 9,3%, Francia 5,6%). “La proposta - dichiara Maria Luisa Di Pietro, docente di Bioetica all’Università cattolica del Sacro Cuore - è un’offesa alla dignità umana e al diritto alla tutela della vita e alla salvaguardia della salute, ed è causa di discriminazione. Sarebbe opportuno che chi affronta ogni questione in chiave meramente economica, ricordasse che la persona viene prima delle leggi di mercato e che, se si trova in condizioni di disagio sociale, va aiutata e non ulteriormente penalizzata”. Da dibattere vi è poi la natura del bene “rene”, se disponibile o indisponibile. “È sufficiente - spiega Di Pietro - la sola esperienza per evidenziare che noi non abbiamo il nostro corpo, ma siamo anche il nostro corpo. Pensare il rapporto corpo-persona nei termini dell’essere e non dell’avere comporta, come logica conseguenza, l’indisponibilità del proprio corpo o di sue parti: si può disporre delle cose, non delle persone”. Su questo principio si basa l’impostazione dell’Italia al riguardo della donazione di organi: “Nello spirito delle norme italiane - commenta Nanni Costa - la donazione è atto libero e gratuito, che si sceglie di compiere senza alcun tipo di costrizione della persona, sulla base di una scelta libera. Non solo senza pagamento, ma anche senza che sia mai fatto da una persona in posizione più debole verso una persona in posizione più forte”.
Pratica immorale. Giovanni Paolo II nel 2000 e Benedetto XVI nel 2008, avevano preso posizione contro la commercializzazione degli organi. Il primo, sottolineando che “risulta moralmente inaccettabile, poiché, attraverso un utilizzo ‘oggettuale’ del corpo, viola la stessa dignità della persona” (discorso al XVIII Congresso internazionale della società dei trapianti, 29 agosto 2000). Il secondo, evidenziando che “eventuali logiche di compravendita degli organi, come pure l’adozione di criteri discriminatori o utilitaristici, striderebbero talmente con il significato sotteso del dono che si porrebbero da sé fuori gioco, qualificandosi come atti moralmente illeciti” (udienza ai partecipanti al congresso “Un dono per la vita: considerazioni sulla donazione di organi”, 7 novembre 2008). Accanto alla morale vi sono le criticità di natura pratica e sanitaria, che frenano lo stesso mercato illegale. “Non c’è nessun paziente in lista d’attesa - argomenta Nanni Costa - con uscita sconosciuta negli ultimi due anni. Se mi chiedesse ‘può escludere il fenomeno negli ultimi dieci anni?’ risponderei di no, ci sono casi di pazienti usciti e poi ricomparsi, però ormai anche i pazienti iniziano a sapere che i rischi di una simile pratica sono altissimi. Poi ci sarà sempre il broker o gente che per disperazione tende a vendere se stessa online, ma senza trovare mercato”. Mercato, prezzi, broker, un lessico merceologico. “Perché è sbagliato il punto di partenza - chiosa Di Pietro - non si tiene presente che ogni vita umana ha un valore incommensurabile e che non si può consentire di metterne a rischio una a favore di un’altra”.

14 mar 2014

Serva di Dio Suor Lucia di Fatima -Le sue Memorie - in pdf scaricabile

  1.  http://www.devozioni.altervista.org/testi/opuscoli_vari/memorie_di_suor_lucia.pdf
 QUI SOPRA TROVI IL LIBRO DELLE MEMORIE DI SUOR LUCIA DI FATIMA
(TROVI TANTE FOTOGRAFIE DA PAG.18 IN AVANTI)...clicca suhttp://www.devozioni.altervista.org/testi/opuscoli_vari/memorie_di_suor_lucia.pdf

Dopo la Meditazione di Padre Antonio si possono leggere tanti brani della vita di Suor Lucia citati da lui.

"Giocavamo da qualche minuto, quando un forte vento scosse
gli alberi e ci fece alzare gli occhi per vedere cosa succedeva, dato
che la giornata era serena. Vedemmo allora, al di sopra dell’olive-
to
incamminarsi verso di noi la tal figura di cui ho già parlato.
Giacinta e Francesco non l’avevano mai vista né io ne avevo mai
parlato loro. Mano a mano che s’avvicinava, ne scoprivamo le
fattezze: un giovane di 14-15 anni, più bianco della neve, che il sole
rendeva trasparente come se fosse di cristallo, e d’una grande bel-
lezza. Arrivando presso di noi, disse:
– Non abbiate paura! Sono l’Angelo della Pace. Pregate con me.
E, inginocchiandosi per terra, piegò la testa fino a toccare il
suolo, e ci fece ripetere tre volte queste parole:
– Mio Dio! lo credo, adoro, spero e Vi amo! Vi domando perdo-
no per quelli che non credono, non adorano, non sperano, e non Vi
amano.
Poi, alzandosi, disse:
– Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria stanno attenti alla
voce delle vostre suppliche.
10
Fu la prima apparizione dell'
Angelo.



Le sue parole restarono talmente impresse nella nostra mente
che mai più le dimenticammo. E da quel giorno passavamo lungo
tempo, così prostrati, ripetendole, certe volte, fino a cader di stan-
chezza"   ......(.brano tratto dalle memorie)...

RITIRO QUARESIMA 2014 - PRENDERSI CURA DI GESU’


Giovedì, 13 Marzo 2014 14:46
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RITIRO QUARESIMA 2014 - PRENDERSI CURA DI GESU’

Canto d’inizio: You’ve got the love
Traduzione
A volte mi viene da gettare le mani al cielo, so che posso contare su di te.
A volte mi viene da dire: “Signore, non mi interessa niente”.
Ma tu hai l’amore di cui ho bisogno per venirne fuori.
A volte sembra che la vita scorra in modo ruvido e le cose vadano male,
non importa ciò che faccio.

Di quando in quando sembra che la vita sia troppo,
ma tu hai l’amore di cui ho bisogno per venirne fuori.
Quando il cibo finisce, tu sei il mio pasto quotidiano.
Quando gli amici se ne vanno, riconosco che l’amore del mio Salvatore è reale,
il tuo amore è vero.

Tu hai l’amore…

Di volta in volta penso: “O Signore, a che serve tutto ciò?”.
Ogni tanto penso che non ci sia niente di buono, perché prima o poi nella vita perdi le cose che ami.
Ma tu hai l’amore di cui ho bisogno per venirne fuori.

Tu hai l’amore…
A volte mi viene da gettare le mani al cielo, so che posso contare su di te.
A volte mi viene da dire: “Signore, non mi interessa niente”.
Ma tu hai l’amore di cui ho bisogno per venirne fuori.

* * *


“So che posso contare su di Te” dice il primo verso della canzone. Ritroveremo questa riflessione nel risvolto che riguarda noi.
Auguro a voi e a me che oggi sia un giorno di grazia. E’ una scommessa che ho fatto anche io a me stesso. Oggi il Signore vuole fare grazia davvero. Quando si è così tanti insieme con nessun altro desiderio se non che Gesù diventi più presente nella vita di ciascuno, se domandiamo questa grazia l’uno per l’altro, volete che il Signore non ci ascolti? Personalmente chiedo che il Signore sia più vicino a ciascuno di voi oggi e voi fate la stessa cosa: chiedete che il Signore sia più vicino a me. Uno per l’altro chiediamo questa grazia perché il Signore ci tiene alla nostra vita. Magari siamo partiti distrattamente (succede), ma se siamo qui oggi è perché almeno un po’ ci teniamo anche noi al Signore o agli amici, che sono anche amici suoi. Comunque ci teniamo alla nostra umanità e c’è sempre un punto di verità in questa grazia dell’essere insieme. Che il Signore oggi possa farci grazia abbondantemente e per quello che dipende da noi teniamo le porte e le finestre del cuore e della mente ben spalancate. Il Signore sa essere generoso.

Il titolo di questa nostra giornata è “Prendersi cura di Gesù”.
Ho scelto tre immagini che ci guideranno, in obbedienza ad una frase che ho trovato in questi giorni in un articolo di Padre Aldino, che trovate sul sito del Mec. Padre Aldino parla dell’importanza delle immagini nell’educazione alla fede e cita una frase di H. Newman: “Di solito il cuore non è raggiunto attraverso la ragione, ma attraverso l’immagine”. Mi son detto: “Forse con i miei ragionamenti e le mie chiacchiere faccio fatica ad arrivare al cuore, ma spero che le immagini parlino più chiaro di quanto sappia fare io”. Di solito il cuore non è raggiunto attraverso la ragione, ma attraverso l’immagine.

1. San Giuseppe: prendersi cura della persona di Gesù
Proiezione dell’immagine di San Giuseppe con in braccio Gesù. E’ un’immagine di tenerezza: è san Giuseppe con in braccio Gesù Bambino, che accosta il suo volto al volto di Gesù, quasi a respirarlo.
Frase che accompagna l’immagine: “Il Carmelo è la casa di Nazareth, la casa di Betania, il Cenacolo degli amici di Gesù. Se dovessi esprimere l’essenza del carisma carmelitano, direi che alla radice di esso c’è il bisogno che l’umanità di Gesù ha di essere accolta, ascoltata, abbracciata, amata.
E’ un dato che è vistosamente sottolineato nei Vangeli: Gesù si lamenta con il fariseo che lo ospita perché la sua accoglienza è stata fredda e formale; Gesù si dispiace perché Marta reputa più importanti i suoi servizi che ascoltare la sua parola; Gesù chiede ai discepoli più cari di accompagnarlo in vari momenti e specialmente nel momento della sofferenza più grande.
Il Gesù che accoglie con tenerezza ogni uomo, che non condanna né si separa da nessuno, è innanzitutto lo stesso che ha bisogno di essere accolto, ascoltato e custodito nella sua umana fragilità.
Sogno comunità di persone capaci di accogliere Gesù in questo modo, di conoscerlo come uomo che aspetta di entrare in relazione di amicizia con noi” (P. Saverio Cannistrà, Superiore Generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi)
E’ il primo modo che vogliamo sottolineare del prendersi cura di Gesù, così come san Giuseppe si prendeva cura di Gesù, della persona di Gesù. È una delle esperienze più belle: potersi fidare di qualcuno, tanto da mettergli in mano la vita. Dio Padre, quando ha guardato sulla terra, ha visto Giuseppe e ha detto: “Di lui posso fidarmi fino al punto di affidargli mio Figlio”. Il Figlio era la gioia del Padre. Vi ricordate quando al fiume Giordano Gesù è andato per ricevere il Battesimo dal Battista? Ad un certo momento si è aperto il cielo, è sceso lo Spirito e si è sentita la voce del Padre che diceva: “Questi è il Figlio mio, che amo. Io ve l’ho mandato” (Mt 3,17). Era come dire: “E’ la mia gioia, il mio tesoro, la mia felicità!”. Dio, il Padre, ha messo tra le mani di Giuseppe la sua felicità, il Figlio suo, perché sapeva che di Giuseppe poteva fidarsi e perché sapeva che il Figlio, venendo nel mondo, cercava qualcuno che si prendesse cura di lui. Per questo, nel prendere in braccio Gesù, Giuseppe ha capito il senso della propria esistenza: io esisto per prendermi cura di Gesù. La diremo tante volte oggi questa espressione “prendermi cura di Gesù” perché è capace di esprimere tutto il senso della nostra esistenza. Tutti noi siamo compresi in questa frase: se io esisto è per prendermi cura di Gesù, la felicità del Padre. Per questo siamo stati creati. S. Tommaso d’Aquino si interrogava e diceva: “Perché tutto esiste?” e poi dettagliava: “Perché io esisto?” Rispondeva: “Tutto esiste perché Dio è amore e la perfezione del’amore consiste nel condividere con altri la propria felicità”. Condividere con altri la propria felicità spiega l’esistenza di tutto: tu esisti per condividere la felicità di Dio e Gesù è la felicità di Dio. “Questi è mio Figlio, prenditene cura, accoglilo, tienilo con te”. È un gesto di fiducia totale da Parte di Dio e perciò è un gesto che domanda tutto: con tenerezza infinita ed esigentissima Gesù diventa la regola della vita di Giuseppe. Quando noi pensiamo ad una regola, pensiamo a dei regolamenti. Per Giuseppe la regola è Gesù: aveva fame, aveva sonno, voleva uscire, voleva rientrare, c’era da proteggerlo, c’era da portarlo via da Israele perché era perseguitato… Giuseppe era lì e la sua vita era tutta determinata da Gesù. Che bello quando la regola della vita non sono dei regolamenti ma una persona! E’ impegnativo, non lascia fuori niente, ma è ciò di cui il nostro cuore ha bisogno. Il nostro cuore ha bisogno di aderire ad un altro di cui prendersi cura. Tutta la vita è trasformata dalla presenza di Gesù, dal fatto di prendersi cura di lui.
San Giuseppe ha dovuto giocare:
- l’intelligenza: cosa vuole questo Bambino misterioso da me? Giuseppe ha imparato a pensare davanti a Gesù, a pensare per lui, a pensare con lui, assieme a Maria: non da solo. Questa si chiama obbedienza perché l’obbedienza risponde alla domanda: “Con chi pensi? Con chi ti pensi? Pensi da solo o pensi con qualcuno che per te è importante?”. L’obbedienza è la coniugalità dell’intelligenza: pensarsi sempre con Gesù. Così si muoveva l’intelligenza di Giuseppe: di cosa ha bisogno il Bambino? Cosa posso fare per Lui? Cosa si aspetta da me? Giuseppe si pensava con lui, coniugando tutte le sue domande con la persona di Gesù. Questa è l’intelligenza toccata dalla presenza di Gesù, l’intelligenza che si prende cura di Gesù.
- gli affetti: Giuseppe impara ad amare il suo bambino e la sua donna come il Padre li ama. Il Bambino era di Dio Padre che lo aveva affidato a lui. Maria era di Dio e l’aveva affidata a lui. Gesù stava con Maria, Maria stava con il Padre: Giuseppe doveva imparare ad amarli così. Riconoscere che l’altro appartiene al Padre ti rende capace di dire veramente “Mio figlio, mia moglie, mio amico, mia madre”. Abbiamo bisogno di dire “mio”, ma è veramente mio ciò che riconosco del Padre. Si chiama verginità.
- i desideri: Giuseppe non desidera altro se non ciò di cui Gesù e Maria hanno bisogno, se non ciò che Gesù e maria amano. Quando si vuole bene è così: desideri ciò che fa piacere alla persona che ami. Se la persona che ami è Gesù, tutto quello che fai per lui ritorna a te come ricchezza della tua vita. Questa è la “ricca povertà”: ti privi di tutto per fare felice l’altro.

Prendersi cura di Gesù ci insegna ad essere obbedienti, vergini nel cuore e poveri: cioè, educa la nostra intelligenza, il nostro cuore e i nostri desideri. La mia umanità è tutta toccata dalla grazia che Gesù mi è stato affidato e dal compito di prendermi cura di lui. Allora prenditi cura di Lui, accettalo come amico.

Il Padre si è fidato, sapeva che poteva fidarsi di Giuseppe. Il Padre può fidarsi di te? Può fidarsi di me? Sei pronto? Sono pronto a lasciarmi scegliere da Dio per prendermi cura di Gesù? Non è Dio che dubita di te. Lui è sempre aperto, ha questo credito di fiducia verso ogni persona, perché per questo ci ha creati: per affidarci Gesù. Siamo noi a aver paura di lasciare Dio libero di avere fiducia di noi, o a preferire altro. Oggi noi vogliamo sostenerci in questo bel compito: prenderci cura di Gesù.
Come prenderci cura di Gesù in tutto?

a. Preghiera
Pregare è dire: “Grazie Gesù che sei mio! Cosa posso fare per te? Cosa ti aspetti da me oggi? Come posso prendermi meglio cura di te?” Questo parlare con lui, questo modo di pregare possono farlo tutti, in qualsiasi momento e non solo in chiesa. Lo puoi fare in pullman mentre vieni a scuola, lo puoi fare mentre vai a lavorare o mentre sei all’ospedale ad assistere tuo marito malato, lo puoi fare sempre. Cosa vuol dire pregare, prendendosi cura di Gesù? San Giuseppe ce lo insegna: pregare è stare abitualmente con Gesù; averlo nei pensieri, nel cuore; è parlare sempre con Lui, perché sai che ti vuole bene, perché gli vuoi bene. Pregare è avere la testa e il cuore pieni di lui. Come potrebbe un padre dimenticarci del figlio che Dio gli ha affidato? Fare compagnia a Gesù abitualmente è dire a lui: come sto vivendo ti è utile? Nel vivere così mi sto prendendo cura di te o ti faccio soffrire? Ti ringrazio per quello che mi sta accadendo. Aiutami perché non sono capace di fare questo. Sostienimi perché c’è una tentazione da vincere. Vivendo, vivi abitualmente con lui, stai con lui, rimani con lui come un tralcio legato alla vite, come il fiume legato alla sua sorgente. Pregare è stare con lui, sentirtelo dentro, sentirtelo accanto e con lui entrare nell’esistenza: è averlo nei tuoi pensieri, nel tuo cuore perché Lui ti vuole bene e tu gli vuoi bene. San Giuseppe è maestro di preghiera e il Carmelo è il luogo dove la preghiera, capìta così, è come il sapore, il carisma. Gesù ha bisogno della tua compagnia. Pregare è prendersi cura di Gesù.

b. Conoscenza
Come fai a pregarlo se non lo conosci neanche? Come fai a conoscere Gesù? Ci sono i Vangeli, che raccontano di Lui. Leggiamo ogni giorno una pagina di Vangelo. Ve lo propongo come gesto di impegno per questa quaresima e speriamo che duri per tutta la vita. Leggi ogni giorno una pagina di Vangelo, dicendo a Gesù: “Parla Gesù, che il tuo amico ti ascolta. Io sono qui a prendermi cura di te e allora per prima cosa voglio conoscerti di più”. Cominciamo con il Vangelo di Luca che è il vangelo della misericordia e della tenerezza. Così so che non sono solo in questo impegno, ma stiamo camminando insieme. Leggiamo una pagina del Vangelo e tratteniamo ciò che Gesù dice per ciascuno di noi. Alcune parole posso tenerle nel cuore. Pensate che il Signore non ci tenga a dirci qualcosa di importante?

c.Testimonianza
Non vergognarti di Gesù, di essere suo amico: anche pubblicamente, anche in casa tua, anche con gli amici. E’ un dono che il Signore sia presente nella tua vita, è un dono che hai ricevuto, un dono da comunicare anche ad altri, con dolcezza, con pazienza. Questo dono vive solo se lo comunichi. Scopri Gesù proprio nel momento in cui lo comunichi ad altri, con fierezza. Quando ricevi un regalo ti vien voglia di farlo vedere a tutti. Se non ho voglia di dirlo, vuol dire che non sto conoscendo Gesù, che non me ne sto prendendo cura. L’amicizia di Gesù mi definisce, mi identifica, dice chi sono, mi dà un volto, mi dà un’identità.

2. Ascensione di Gesù: prendersi cura della Chiesa, Corpo mistico di Gesù.
Proiezione dell’immagine con l’Ascensione (bassorilievo dell’arte catalana del XIII secolo). Il alto si vedono i piedi di Gesù; la nuvoletta attorno indica che sta sta salendo al cielo. Attorno ci sono i discepoli e la Madonna. Gesù se ne va e i discepoli non sanno neanche dove guardare, perché è salito al cielo, ma ha detto: “Andate”. C’è chi guarda in alto, chi guarda avanti. La Madonna è calma e tranquilla con Giovanni accanto a lei. Lei ha già chiara la missione. L’ha ricevuto sotto la croce: “Prenditi cura del tuo nuovo figlio Giovanni”; e in Giovanni Maria ha cura di tutta la Chiesa, di tutti noi: le reliquie viventi di Gesù. Maria è la Madre degli amici di Gesù, della nostra unità. Adesso che Gesù se ne è andato in cielo, che si è sottratto allo sguardo degli uomini, la scena della storia è riempita dalla presenza dei “suoi”, dall’unità degli apostoli con Maria. La loro unità tiene il posto di Gesù. Gesù se ne va, ma c’è qualcuno che resta: i suoi amici. L’unità dei suoi amici costituisce il Corpo, l’incontrabilità di Gesù oggi.

Frase che accompagna l’immagine
Gesù si sottrae allo sguardo degli uomini; ora la scena della storia è tutta riempita della presenza dei “suoi”: sua madre e i discepoli. La loro unità – e la nostra – parlerà a tutti e per sempre di Lui. Tutti gli uomini hanno diritto a incontrare Gesù: attraverso la nostra amicizia”.

Prendersi cura di Gesù è prendersi cura della Chiesa.
Leggiamo nel vangelo di Giovanni:
“Un altro proverbio dice: ‘Uno semina e un altro raccoglie’. Ebbene si realizza qui! Voi non avete faticato a seminare, eppure io vi mando a raccogliere” (Gv 4,37). E’ come se Gesù dicesse: “Io ho seminato, io mi sono seminato come il chicco di frumento che cade nella terra e muore e porta frutto”. Gesù l’ha fatto e ora sale al cielo. Ora resta il lavoro più facile: il lavoro di raccogliere ciò che è stato seminato. Capite quale simpatia dovremmo avere verso ogni uomo, verso tutto il mondo? Gesù ha seminato se stesso per tutti, è morto per tutti, vive in tutti, e ci dice: Occupatevi di questo, prendetevi cura del frutto che la mia morte e risurrezione hanno portato. Io ho lavorato per voi, io mi sono seminato. A voi tocca raccogliere! È il nostro grande lavoro! Dobbiamo essere cordiali con tutti e avere e una simpatia verso la vita, verso tutti: perché tutti portano dentro la semina che Gesù ha fatto di sé.

Cosa vuol dire prendersi cura di questo? Vuol dire accettare questa missione, questo mandato e farlo nel segno dell’unità e dell’amicizia tra noi.
Nell’immagine proiettata, il gruppo dei discepoli sembra formare una casa, le cui mura sono i discepoli stessi. Le mura di solito chiudono, difendono; invece le mura di questa casa sono persone a braccia aperte. Ogni persona è una porta che dice: “Vieni”. La Chiesa è la casa dove Gesù oggi vive. La Chiesa è la casa dell’amicizia di chi crede in Gesù. Prendersi cura di Gesù, del lavoro che Lui ha cominciato significa prendersi cura della nostra amicizia che è la casa dove tutti hanno diritto ad entrare per incontrare Gesù. La domanda dell’amicizia con Gesù prima ancora del cosa devo fare è: “Dove trovarti?”. Così è stato con i primi discepoli: Maestro, dove abiti? E andarono, videro e rimasero. Oggi tutte le persone hanno il diritto di poter dire: “Dove incontrare Gesù?” e tu puoi rispondere: “Vieni e vedi nella nostra amicizia”. Prendersi cura di Gesù è poter offrire a tutti il diritto di vedere dove abita Gesù. Tutti hanno diritto a incontrare Gesù; la domanda rimane la stessa: “Dove?” Nella Chiesa, nell’amicizia dei suoi: la Chiesa è la casa dell’amicizia di Gesù. Quante amicizie nate dall’amicizia con Lui!
Prendersi cura di Gesù significa prendersi cura della Chiesa, prendersi cura dei “suoi amici”.
Prendiamoci cura della Chiesa, prolungamento di Cristo, vivendo:

a. L’eucaristia
L’Eucaristia, la santa Messa. Dice Papa Francesco: “La Messa non è qualcosa che facciamo noi: non è una nostra commemorazione di quello che Gesù ha detto e fatto. No. E’ proprio un’azione di Cristo, oggi”. Quando andiamo a Messa siamo ancora una volta ai piedi della croce; in quel momento Gesù sta donando la sua vita, grondando sangue per me e per ciascuno di noi. Lì siamo tutti uniti dal suo amore che è più forte di ogni odio e di ogni divisione. Vengono abbattuti i muri che ci separano e diventiamo una cosa sola, grazie alla sua morte e risurrezione. Certo che ci annoiamo se tutto dipende da come il prete fa la predica; ma se sto a Messa come si sta vado sotto la croce, allora sono lì come Giovanni e Maria, attaccato alla croce, attaccato ai piedi di Gesù, per dire: “Perché questo sangue va perso? Questo sangue versato per me?” Allora forse non mi annoio più.

b. L’unità
L’unità è un bene da difendere e preferire, perché solo la nostra amicizia parla di Lui. Questa è la testimonianza più bella e più convincente che Gesù ci ha lasciato: “Da come vi amerete, il mondo capirà” (Gv 17). “Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo. Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me, perché tutti siano una sola cosa. Come Tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 18.20-21): la nostra amicizia parla di Lui.

c. Il perdono
Il perdono, da ricevere e da donare, perché la misericordia è il futuro dell’amicizia cristiana. Liberamente entriamo dentro l’invito di Gesù a essere suoi amici, liberamente entriamo dentro il dono dell’unità tra di noi. Non c’è possibilità di amicizia e di amore senza libertà. Ma non c’è libertà senza misericordia. Abbiamo continuamente bisogno di essere rigenerati alla grazia dell’unità, abbiamo bisogno continuamente di ricomporre le divisioni e le rotture che sappiamo generare, soprattutto quelle con coloro a cui vogliamo più bene: “ognuno uccide quelli che ama”. Inevitabilmente fai del male a coloro a cui tieni: lì è più doloroso. Ma l’unità che c’è tra noi è più forte di questo, perché Gesù ricompone queste divisioni. La misericordia sperimentata è il futuro dell’amicizia cristiana.

3. Opere di misericordia: prendersi cura di ogni uomo
Proiezione dell’immagine con le sette opere di misericordia: Gesù è al centro.
Frase che può accompagnare l’immagine
“C’è un testimone decisivo di ogni atto: Gesù, assieme a Maria e a san Giuseppe. Gesù stesso è il destinatario vero di ogni nostro gesto: dobbiamo imparare a vivere ogni momento della nostra vita consapevoli che ad ogni istante siamo in contatto misterioso con Lui, con la sua persona. Il suo sguardo misura e custodisce il valore e l’utilità di ogni nostra azione. Dimenticare questa mistica unione di Gesù con ogni uomo ci condanna a una vita disumana e eternamente infelice”.

In questo quadro sono descritte le sette opere di misericordia (dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, seppellire i morti, alloggiare i pellegrini, visitare gli ammalati, visitare i carcerati). E’ come dire che dobbiamo prenderci cura dell’uomo, dell’uomo che ha bisogno.
Nella scena centrale del polittico è rappresentato Gesù, seduto sul trono, con accanto Maria e Giuseppe. Gesù guarda e vede tutto quello che tu fai, vede che ti prendi cura dell’uomo che ha fame, dell’uomo che ha sete, dell’uomo che è malato o in carcere. Ricordiamo che nel giudizio finale Gesù dirà: “Avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere…”. “Signore, quando? Io non ho mai fatto queste cose”. Gesù risponde: “In verità io vi dico: ogni volta che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli lo avete fatto a me!” (Mt 25, 40.45).

Gesù è il testimone fedele di ogni mio gesto a favore dell’uomo o contro l’uomo, è il destinatario reale di ogni mia azione, il garante dell’utilità vera delle mie opere. E’ Lui che costruisce la tua umanità nel tempo e per l’eternità; se vivi con la coscienza che tutto quello che fai lo stai facendo a Gesù, vedrai come la vita diventa preziosa! Ti manca il respiro, quando capisci quanto è importante quello che fai al tuo prossimo. Non c’è nulla di inutile: stai facendo tutto tra te e Gesù, stai facendo tutto a Lui. Gesù, salito al cielo, ha riempito di sé tutta la realtà. Ma cosa è il cielo. Santa Teresa dice che il cielo - per definizione - è dove Dio abita. Poi si pone la domanda: “Ma, dove abita Dio?” e risponde: “Dio abita dentro di te: il tuo cuore è il cielo dove Dio abita“. Prova a incontrare ogni uomo con la consapevolezza che è abitato da Dio, che Gesù è presente dentro di Lui. La coscienza del mistero che abita in ogni persona dà preziosità a tutto quello che facciamo. Tutto quello che fai è sotto lo sguardo di Gesù che è lì per dirti: “E’ prezioso quello che stai facendo” oppure “E’ doloroso quello che stai facendo”. “Alla fine della vita saremo giudicati sull’amore” (San Giovanni della Croce).

Vi leggo alcune affermazioni del papa:

1. “Il modo di relazionarsi con gli altri che realmente ci risana è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano” (E.G.92)
Fraternità mistica vuol dire che sa riconoscere il mistero presente nell’altro. La fraternità è mistica perché so che Dio abita in me, che Dio abita in te e questo ci lega. Non siamo estranei perché siamo abitati dallo stesso Dio. Ciò che fai per il prossimo che ha più bisogno acquista una dignità infinita, è un “merito”: ti fa felice da subito e costruisce un’eternità di felicità.


2. “Gesù si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà. Che cos’è questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? E’ proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada. La povertà con la quale Gesù ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio” (Papa Francesco).
Gesù si è fatto povero per amore, per stare vicino a me che sono povero, per essere come me, che sono bisognoso. Il suo modo di amarmi è di essere diventato come sono io: povero. Ha lasciato il Paradiso per venire qui con me. Gesù si è preso cura di noi facendosi povero. Il Papa tira una conseguenza: se tu vuoi prenderti cura delle persone, devi farlo da povero. E’ da poveri che dobbiamo incontrare l’uomo nel bisogno, forti della sola ricchezza utile: quella dell’amore ricevuto da Gesù. Non abbiamo bisogno di altro per prenderci cura delle persone. Non c’è bisogno di mezzi o di capacità straordinarie. Basta sapere di essere amato, basta ricordare che tu hai ricevuto amore! Condividilo! Prova con decisione e tenerezza a farti

Il tempo, l’attenzione, l’ascolto, la solidarietà, la compagnia, la pazienza, l’affetto sono strumenti poveri, il cui unico prezzo è la rinuncia a te stesso per affermare l’altro: prova, fino a che duole, fino a che fa male. E’ la misura realistica dell’amore.

3. “Noi sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la mistica del vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (E.G. 87).
Il mondo è caotico, ma aspetta qualcuno che dica: “E’ qui presente il Signore Gesù. Guarda. Io sono accanto a te”, e comincia a trasformarsi in un santo pellegrinaggio.
Non c’è nessun inferno umano (miseria materiale, morale o spirituale) che non possa essere toccato e salvato dalla “ricca povertà” del nostro amore. C’è tanta disumanità in giro, c’è tanto inferno nella nostra storia, ma la ricca povertà del nostro amore può trasformare tutto in un santo pellegrinaggio, perché “L’umano arriva dove arriva l’amore” (I. Calvino).
Così è accaduto a noi quando Gesù ha deciso di prendersi cura di noi. Il suo lavoro continua se noi accettiamo di prenderci cura di Lui, della nostra unità e di ogni persona che Lui ci mette accanto.

Padre GIANNI BRACCHI (Trascrizione non rivista dall'Autore)