16 gen 2014

Seguire è immedesimarsi. Sempre



In molti si interrogano sul Papa Francesco. Entro nel dibattito suscitato da alcuni recenti interventi sui mass-media con queste considerazioni. Pronto a un serio e costruttivo confronto
ìDa tempo seguo con attenzione il dibattito sul pontificato di Francesco, e mi sono fatto un’ idea personale, che ho sviluppato ampiamente su CulturaCattolica.it. Amo il Papa, per l’educazione ricevuta da mio padre, Presidente diocesano di Azione Cattolica prima della II guerra mondiale, e per l’insegnamento costante di don Giussani, che ha fatto dell’unità visibile dei cristiani e del nesso con l’autorità della Chiesa il criterio decisivo per rendere presente la Chiesa stessa nell’ambiente. Ma proprio da questi miei maestri ho imparato a seguire con amore e intelligenza l’autorità della Chiesa, mai prendendo le distanze, ma senza mai rinunciare alla ragionevolezza. Seguire, mi è sempre stato detto, significa immedesimarsi.
Permettete un ricordo personale: quando ero in seminario, e il clima nei confronti di chi proveniva dall’esperienza di CL non era dei più positivi, ricordo che mio padre, accompagnandomi al treno per tornare in seminario, mi chiese di essere prudente, di non manifestare troppo la mia appartenenza… Ricordo la parole che ci siamo scambiati, confrontandoci con quello che lui aveva vissuto nei primi tempi della Azione Cattolica, e con le difficoltà e incomprensioni da lui vissute. E ricordo la conclusione, che lui accettò con cordiale condivisione: «Papà, per fare quello che tu mi chiedi, devo fare diversamente da quello che mi dici».
Non può esistere obbedienza senza amore. E bisogna che nella nostra cara e amata Chiesa si riprenda il buon costume di confrontarci, di ascoltarci, di correggerci, eventualmente.
Oggi mi pare che tra i nuovi estimatori di Papa Francesco si annoverino coloro che non hanno mai amato Paolo VI della Humanae Vitae, né Giovanni Paolo II, né, tanto meno, Benedetto XVI. Ho tante volte ricordato i firmatari della lettera dei 63 (sessantatrè) cosiddetti teologi che hanno messo in discussione il magistero morale della Chiesa e la sua autorevolezza (e non dimentico che Famiglia Cristiana lo pubblicò, come non mi risulta che mai ci sia stata una abiura, un atto di pentimento. Anzi, molti sono ancora considerati autorevoli maestri nelle sacrestie e nei seminari, e non solo).
Ho partecipato a un convegno importante della CEI in cui uno dei relatori si faceva paladino delle tesi di Rahner (non ricordo francamente se anche di Küng), senza che questo sollecitasse i partecipanti - la maggior parte di loro, almeno - a un serio e critico dibattito. Ho scritto con sgomento riguardo alle affermazioni del Vescovo Mogavero (e non solo sulla questione delle unioni omosessuali…). Mi risulta che autorevoli Istituti di Scienze religiose spaccino per dottrina accettata dalla Chiesa teorie in contrasto evidente col Magistero…
E sono solo alcune considerazioni.
Dall’altra parte mi accorgo che autorevoli pronunciamenti del Papa sono cancellati, non sono affatto divulgati (anche qui credo che solo su CulturaCattolica.it e La Nuova Bussola Quotidiana abbiamo ricordato l’affermazione di Papa Francesco ai parlamentari francesi secondo cui, tra i loro compiti specifici, dovrebbe esserci anche quello di «abrogare le leggi ingiuste»).
Oggi i media trasformano quella parte dell’insegnamento e delle azioni di Papa Francesco, che dovrebbero fare parte del cammino pastorale particolare, come fosse un insegnamento universale, mentre tutto ciò che di autorevole viene detto o scritto viene semplicemente ignorato o messo da parte.
Questo a mio avviso apre la questione del compito di chi informa (che spesso non sa dare ragione dell’autentico insegnamento del Papa, accodandosi all’ovvia interpretazione laicista) e dei Pastori della Chiesa, che dovrebbero aiutarci a capire che il criterio di interpretazione del Papa sta nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Ma, ahimè, pare che tale preoccupazione sia merce rara. E molti tra quelli che hanno sempre sulla bocca l’ultima parola di Papa Francesco sono coloro che non hanno mai fatto mistero della non considerazione del Catechismo, arrivando spesso ad affermare che la teologia non si fa con i documenti del Magistero. Quanti seminari in Italia hanno fatto del Catechismo della Chiesa cattolica lo strumento di formazione dei loro alunni? Coloro che hanno prodotto da tempo il loro «magistero parallelo» in antitesi con quello autentico ora sembrano i paladini di un magistero che non è quello del Papa, pur spacciato come tale.
Due ultime osservazioni. Credo che sia compito di chi ama la Chiesa fare presenti domande, problemi e difficoltà alla autorità della Chiesa, senza sterili prese di distanza che sembrano dare ragione alla denuncia del relativismo fatta dal grande Benedetto XVI.
E – questo lo dico al mio amico Mario Palmaro – la correzione e la critica (come detto sopra, per me legittime, senza scomodare lo scontro tra Paolo e Pietro di apostolica memoria) hanno come luogo privilegiato il dialogo tra persone, e non la cattedra dei giornali.

P.S.: i generi letterari

Quando ho studiato Sacra Scrittura in Seminario, mi hanno spiegato che, per interpretare la Bibbia, era indispensabile conoscere i generi letterari, che, in poche parole, voleva dire che ogni testo ha un grado di informazione differente, legato a tanti fattori: il contesto, l’intenzione, i destinatari, ecc…
Per questa ragione non hanno lo stesso valore dogmatico i testi che ci sono stati tramandati, e quindi si può, in qualche modo, parlare di una gerarchia delle verità.
Credo che si possa applicare lo stesso criterio riguardo ai gesti e alle parole del Papa (Francesco, nel caso, ma anche Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI).
Così non si può dare lo stesso valore alla enciclica Lumen fidei e alle omelie di Santa Marta, anche se, certamente per queste ultime, sarà più facile scegliere citazioni ad effetto per la delizia dei vari giornalisti (e di coloro che, nel mondo cattolico, intendono scegliere alcune affermazioni e alcuni gesti a sostegno della propria personale posizione).
Così, quanto è detto dentro un contesto dialogico, senza gravi preoccupazioni dogmatiche, ma col desiderio di trovare punti di confronto con gli interlocutori, sembra istituire un magistero autentico e difforme dalla tradizione, giungendo così a parlare di un «papato rivoluzionario» in evidente contrasto con i precedenti. Alla malora ogni «genere letterario»! Il valore della affermazione è stabilito dall’esegeta (giornalista o clericale di turno) e guai a chi pone domande o problematizza.
Così l’avere amministrato il battesimo al figlio di una coppia non sposata sacramentalmente diventa l’invito a una prassi «misericordiosa» che si vuole universalmente accettata, per cui chi, come me, battezza questi figli, con accoglienza e rispetto dei genitori, ma senza celebrazione eucaristica sembra condannato perché sarebbe senza misericordia, e non in sintonia con papa Francesco.
No, non è questo che, anche nei pronunciamenti ufficiali, ci sta chiedendo il Papa! La collegialità su cui tanto insiste, si può vivere come lavoro reale di corresponsabilità, per cui la considerazione del «genere letterario» consente proprio a tutti di portare il proprio contributo alla edificazione comune.

L'ARCA DI NOE': QUANDO IL MONDO E' TOTALMENTE CORROTTO, DIO INTERVIENE A RISTABILIRE L'ORDINE

Spettacolare trailer del kolossal biblico con protagonista Russell Crowe che uscirà in Italia ad aprile 2014
di Luca Pellegrini
E' nel sogno che un vigoroso Noah scopre la realtà: i suoi piedi calpestano una terra intrisa di sangue. Nei cieli, non c'è più uno sguardo accondiscendente nei confronti dell'umanità, che di quel sangue si è macchiata. Il male imperversa.
E il computo del tempo verso il diluvio è iniziato. I piedi del biblico patriarca sono quelli di Russell Crowe.
La costruzione dell'Arca, le ostilità di chi ne tenta la distruzione, la raccolta degli animali, le acque che erompono sommergendo il mondo e il loro finale ritiro a segnare la nuova Alleanza, diventano ancora una volta un kolossal biblico – rinato filone di Hollywood, Exodus di Ridley Scott con Christian Bale, Mosè è in uscita il 14 dicembre 2014 e anche Spielberg sta pensando a un suo film sulla medesima figura – arricchito da incredibili effetti speciali (un totale di spesa intorno ai 130 milioni di dollari) e dalla presenza di attori premi Oscar nonché amatissimi dal vasto pubblico: oltre a Crowe, Emma Watson nei panni della figlia Ila, Jennifer Connelly della moglie Naameh e Anthony Hopkins in quelli di Matusalemme. Alla serata inaugurale del Tertio Millennio Film Fest a Roma sono state proiettate le prime immagini del film in un anteprima di una decina di minuti, accompagnate da alcune dichiarazioni di Darren Aronofsky – il regista di The Wrestler e Il cigno nero – che ne ha scritto la sceneggiatura insieme a Ari Handel. Si sapeva di come il desiderio di raccontare Noè risalga ai suoi anni di gioventù e abbia accompagnato tutta la sua carriera. Un film sul coraggio, a detta dei produttori. Che inizia con la citazione della Genesi, alcuni versetti del sesto capitolo. Un film sulla pace, aggiunge il regista. Il video si chiude con l'immagine di due colombe che si posano sul suolo asciutto. Una vegetazione densa e verde smeraldo cresce velocemente per rinnovare, insieme all'uomo purificato, la faccia della terra. Immagini luminose che contrastano con le tetre precedenti. Di questo film, comunque, si sa pochissimo. Forse nessuno lo ha ancora visto nella sua interezza, assoluto riserbo da parte della Paramount Pictures che lo distribuirà, con uscita prevista il 28 marzo negli Stati Uniti e il 3 aprile in Italia. Alcune foto scattate sul set islandese sono state immediatamente rimosse dai siti che le hanno pubblicate. Questo clima non si capisce se è costruito più come strategia di marketing o come timore di critiche premature. Che potrebbero emergere soprattutto dal mondo della cultura cattolica e dei biblisti. Nel film ci sono anche Adamo, Caino e Abele, Noè adolescente, un cattivo di nome Tubal-cain – interpretato da Ray Winstone, look primitivo, scelto perché sembra che Aronofsky abbia voluto «un attore con grinta e grande fisico per essere convincente nel testa a testa contro Crowe/Noè» – e anche un angelo caduto. Potrebbe per questo infiltrarsi una dimensione new age, visto che sia il regista che Ari Handel ne avevano colto tutti i sintomi nel confuso The Fountain - L'albero della vita. Meno problematica una possibile lettura epica ed ecologista: le storie della Bibbia si prestano anche a grandi scenari e la difesa della natura è immancabile quando si parla degli animali salvati nell'Arca. Costruita realmente, tutta legno e corde, a Oyster Bay, nei pressi di New York. Gli effetti speciali danno al diluvio l'impronta di una forza apocalittica: esplode l'acqua dalla terra a difesa dell'Arca, poi copre la terra e l'umanità. La Paramount Pictures ha deciso di far vedere le prime immagini di Noah non ad un pubblico di giornalisti e addetti ai lavori, ma selezionato nell'ambito della sua appartenenza al mondo cattolico, per testarne la reazione. Soprattutto quella dei giovani: alcuni gruppi sono stati scelti nel corso della GMG di Rio e in Italia legati a diverse realtà ecclesiali. Ne sono usciti colpiti. Particolarmente per il personaggio di Noè, per il suo coraggio da guerriero, la sua fede – «contro la malvagità dell'uomo io non sono solo, ho Dio», esclama deciso nel film – la sua immagine di sognatore e nerboruto salvatore pronto a credere nell'impossibile, che si rispecchia d'altronde nel volto e nei muscoli di Crowe. Così distante dalla figura di amabile e paterno patriarca interpretato da John Huston nel suo La Bibbia: se di lui si ricordano le mani nodose dietro la schiena che si stringono soddisfatte davanti all'Arca terminata, dell'ex-gladiatore colpiscono lo sguardo del combattente, la barba irsuta e un cranio ben rasato, quando iniziano i momenti più drammatici della battaglia e della storia.

http://www.youtube.com/watch?v=vD3Vj1ZX6Rk
 
Fonte: Avvenire, 05/12/2013





Papa Bergoglio e i falsi d'autore
di Sandro Magister
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15 gen.
“Cari amici, alcuni dei nostri lettori ci hanno segnalato alcune storie che circolano in internet, anche in diverse lingue, riguardo a delle dichiarazioni che Papa Francesco avrebbe rilasciato con riferimento a tematiche di diverso genere, sulla Bibbia, le relazioni tra le religioni, sul rinnovamento della dottrina della Chiesa, fino alla presunta convocazione di un Terzo Concilio Vaticano. Cogliamo pertanto l’occasione per ricordare che su internet possono circolare molte storie false, di cui non si conoscono gli autori: molti approfittano del fatto che è facile lanciare la pietra e nascondere la mano”.
Così inizia sulla pagina facebook del sito vaticano ufficiale News.va un avviso-appello messo in rete il 13 gennaio in più lingue e intitolato: “Dichiarazioni false attribuite a papa Francesco”.
L’avviso-appello così prosegue:
“Incoraggiamo quindi tutti i lettori a consultare le fonti ufficiali del Vaticano per avere ulteriori conferme circa le dichiarazioni di Papa Francesco.
“Se le parole attribuite al Papa non appaiono nei media ufficiali del Vaticano, significa che le fonti informative riportano notizie non vere.
“Di seguito riportiamo un elenco dei siti web dei media vaticani ufficiali, che potrete consultare per verificare la veridicità delle notizie che vengono pubblicate riguardo al Papa:
News.va: raccoglie in un solo sito le notizie degli altri media vaticani. Esiste anche la relativa pagina facebook,
L’Osservatore Romano,
Radio Vaticana,
VIS (Vatican Information Service),
Sala Stampa della Santa Sede,
Centro Televisivo Vaticano,
Vatican.va: sito web ufficiale della Santa Sede, dove potrete trovare il testo integrale ufficiale di tutti i discorsi, le omelie, i messaggi, ecc. di Papa Francesco,
- PopeApp: app per smartphones dedicata alla figura del Santo Padre (Copyright News.va),
@Pontifex: Profilo Twitter del Santo Padre.
“È importante inoltre precisare che tutte le pagine su facebook o su altri social network che si presentano come profili personali di Papa Francesco / Jorge Mario Bergoglio non sono pagine ufficiali del Papa, né sono state autorizzate a rappresentarlo. Le pagine dedicate alla figura del Santo Padre dovrebbero quindi indicare esplicitamente e chiaramente di non essere profili ufficiali, bensì delle ‘fanpage’, né dovrebbero indurre i lettori e pensare che siano amministrate dalla Santa Sede. Le uniche pagine ufficiali su facebook dedicate alla figura del Papa sono quelle di News.va e dei media vaticani (v. sopra per l’elenco).
“Un saluto molto cordiale a tutti e molte grazie per la vostra attenzione e per le vostre segnalazioni e suggerimenti. Vi preghiamo di condividere il più possibile queste informazioni con i vostri contatti. Grazie!”.
*
Fin qui l’avviso-appello, che sembra mosso dalla disperazione. Perché questo è l’effetto delle modalità comunicative adottate da papa Bergoglio, delle sue parole in libertà, che di fatto danno la stura a una libertà di interpretazione e di manomissione senza limiti, non arginabile dalle sempre più affannate smentite dei portavoce vaticani.
Tra quello che Francesco dice e quello che gli si fa dire il confine è labile, come prova il colloquio tra lui ed Eugenio Scalfari, poi fatto sparire dal sito vaticano ufficiale. L’avviso-appello del 13 gennaio prende atto che con l’attuale papa fiorisce un rigoglioso commercio dei falsi d’autore.

STORIA DI ANNA

champagne
Pausa per il panino del mezzogiorno; corridoio della Mangiagalli, lunghissimo, con ad una estremità la segreteria per l’attuazione della legge 194 e, all’altra, il Centro di Aiuto alla Vita.
Entra una signora che, molto intimidita, depone sul nostro tavolo un plico di documenti e di referti.
“Buongiorno” dice Giovanna, “posso aiutarla?”
La signora alza gli occhi umidi e, con un filo di voce, chiede di potersi prenotare per abortire.
Giovanna, anche più timida di lei, con altrettanto filo di voce, ribatte:
“Forse lei cerca la segreteria della 194 ma noi siamo il Centro di Aiuto alla Vita.”
A queste parole, la signora, molto imbarazzata, raccatta velocemente tutti le sue carte, saluta a mezza voce, e si incammina verso l’altro capo del corridoio.
La riservatezza di Giovanna, ha come uno scossone; abbandona il suo panino e rincorre la signora dicendo che se avesse voluto fermarsi nel nostro ufficio e parlare un po’, lei l’avrebbe ascoltata volentieri.
Comincia, così, un racconto che ha del surreale.
Anna risulta regolarmente sposata e vive in un monolocale, il marito lavora come impiegato e ha un figlio di quattro anni.
Non volendo che Marco rimanesse figlio unico, hanno acquistato una casa un po’ più grande, due camere più cucina, accendendo un mutuo che possono pagare solo perché Anna ha trovato un piccolo lavoro.
Infatti si reca ogni mattina ad aiutare un fruttivendolo che ha un banco ai vari mercati.
E’, però, rimasta incinta troppo presto; per pagare le rate del mutuo il suo lavoro è indispensabile, ma incinta …
Giovanna ascolta e il desiderio di aiutare Anna, si fa di mano in mano più grande.
Sembra assurdo che siano stati fatti tutti questi cambiamenti nella loro vita per poter far nascere un fratellino per Marco e poi, quando questo piccolo si affaccia, gli venga tolta la possibilità di nascere.
Momento di silenzio e poi la proposta di Giovanna:
“Se noi potessimo pagare per voi la rata del mutuo fino all’anno di vita di questo secondo bimbo?”
Anna alza gli occhi per incontrare quelli di Giovanna e un sorriso le appare sulle labbra.
“Davvero potreste fare questa cosa?”
“Credo proprio di sì, visto che siamo il Centro di Aiuto alla Vita.
Incredula ma rassicurata, dice che dovrà parlarne con suo marito e sembra felice.
Quel bambino è nato e si chiama Andrea.

Il giorno in cui Anna ha partorito, il marito è arrivato al nostro Centro con due bottiglie di spumante per brindare alla Vita e per dimostrarci la sua riconoscenza.
Paola Bonzi

15 gen 2014

La ripresa nel 2014 arriva solo se si riduce la disoccupazione

Gli imprenditori cristiani chiedono più tagli alla spesa pubblica e sostegni alle imprese. Intanto l'Istat certifica un'occupazione ai minimi e una povertà al top. Indigenti raddoppiati dal 2005 ad oggi


Il 2014 dovrebbe essere l’anno della ripresa per l'Italia. Il governo punta a una crescita dell’1% ma secondo la maggior parte degli economisti il Prodotto interno lordo non crescerà più dello 0,7% e il timore è che a questo non corrisponda una ripresa dell’occupazione. Il 2013 è stato un nuovo anno orribile. Il Pil è calato dell’1,8%, la disoccupazione ha raggiunto il 12,5%. Il governo per il 2014 ha previsto la decontribuzione per chi assume un giovane, il taglio del cuneo fiscale e incentivi alla ripresa.

Ma le aziende chiedono che si intervenga con maggiore decisione sulla spesa pubblica. Manlio D’Agostino, vicepresidente dell’Unione Imprenditori e Dirigenti Cristiani spiega a Radio Vaticana: “Noi abbiamo un tesoro che dobbiamo riuscire a valorizzare, che è la piccola e media impresa. Purtroppo, molto spesso si è parlato di privilegi, di casta, di politica e non si è fatto caso al fatto che la riduzione della spesa pubblica non è un togliere a qualcuno, ma un riequilibrare un sistema che in questo momento penalizza chi produce e chi ha una funzione sociale essenziale e importantissima". (Radio Vaticana, 31 dicembre)

A proposito di funzione sociale, la categoria dei giovani è quella che soffre di più secondo il rapporto sulla coesione Istat. I senza lavoro sono ormai il 35%, ben il 14% in più rispetto all'inizio di questa lunga crisi nel 2008. I disoccupati abbondano anche tra gli stranieri in Italia, ben il 14% anche questo dato è in crescita rispetto all'immediato passato. Stranamente gli inoccupati stranieri sono di più al nord e sono più donne. (Italia Oggi, 30 dicembre).

Nel 2012 636mila disoccupati in più rispetto all'anno precedente, i posti fissi sono scesi dell' 1,3% nel 2013. Infine i pensionati: la metà di essi vive con meno di 1000 euro al mese, solo il 15,1% ha una pensione superiore a 2000 euro.

Un altro dato correlato a quelli precedenti e che deve far riflettere è l'andamento dei salari. Secondo l'istituto di statistica la retribuzione mensile netta media degli italiani è pari a 1304 euro, che scendono a 964 per gli stranieri che perdono 18 euro nel confronto col 2011 mentre noi ne acquistiamo ben 4. Gli uomini guadagnano in media circa 300 euro al mese di più delle mogli e tale divario cresce se i protagonisti sono stranieri. (Il Sussidiario.net, 30 dicembre)

I problemi dell'occupazione si riversano sui dati relativi alla povertà delle famiglie. In quanto alla riduzione del benessere, nel 2012 sono venute a trovarsi in stato di povertà relativa il 12,7% delle famiglie residenti in Italia, con un aumento rispetto al 2011 dell'1,6%. Sono i valori più elevati dal 1997, primo anno in cui si iniziò a fare questo calcolo. La povertà assoluta colpisce invece il 6,8% dei nuclei familiari e l'8% degli individui. Prendendo come riferimento il 2005 gli indigenti assoluti sono raddoppiati. In particolare nelle regioni del Nord sono quasi triplicati, passando dal 2,5% al 6,4%.

E anche per il cenone di Capodanno, sostiene un'analisi della Coldiretti, gli italiani spenderanno molto in meno rispetto agli altri anni: in media 66 euro. Il 68% lo passerà a casa, divisi tra chi preferisce organizzare nella propria abitazione (28%) e chi è stato invitato da amici o parenti (40%). 
(Avvenire, 30 dicembre)
sources: Aleteia Team

Perché la famiglia al centro del Sinodo e del Concistoro?

La crescita umana dei figli non può essere separata dalla crescita della fede. La Chiesa deve uscire da sé stessa ed abbattere ogni chiusura, a partire dalle mura domestiche

Roma,  (Zenit.orgOsvaldo Rinaldi | 68 hits

Gli eventi ecclesiastici di questi giorni evidenziano la crescente attenzione della Chiesa verso la vita della famiglia, un impegno che avrà il suo culmine nel prossimo Concistoro dei Cardinali a Febbraio e nel Sinodo dei Vescovi ad Ottobre. Allora è lecito porsi varie domande sul significato di queste assemblee, e sulle sfide pastorali che aspettano la Chiesa nei prossimi tempi.
L’emergenza educativa è stato un tema molto caro al Papa emerito Benedetto XVI, il quale ha individuato nell’impoverimento del valore educativo il degrado spirituale e morale della nostra società. La parola educazione significa tirar fuori il meglio dal cuore delle giovani generazioni per orientarli al vero, al bello e al bene.
Quando la famiglia esula dalla sua missione educativa, che basa i suoi cardini sull’insegnamento della disciplina e sulla trasmissione della fede, la vita dei giovani smarrisce il suo senso e va alla ricerca dei paradisi artificiali dell’alcool, della droga, della dipenza eccessiva dai nuovi mezzi di comunicazione. Allora è evidente che il tema della nuova Evangelizzazione deve essere necessariamente legato a quello della famiglia, perchè il padre e la madre, con la testimonianza della loro vita e l’insegnamento delle lore parole, sono chiamati ad essere i primi evangelizzatori per i loro figli.
La famiglia deve riappropiarsi della missione di essere genitrice, culla, e guida della fede dei figli. Non è sufficente per un genitore portare il bambino a ricevere il Sacramento del Battesimo. Questo è solo il primo passo che presuppone la dedizione costante del vivere e del comunicare la fede ricevuta da Dio come dono gratuito.  E questo impegno non può essere delegato ai soli preti, alle suore, ai catechisti, altrimenti si cade nella tentazione del clericarismo, ossia nel ritenersi escluso dalla formazione cristiana dei propri figli.
La crescita umana dei figli non può essere separata dalla crescita della fede. Questo è uno dei cardini dell’insegnamento evangelico: “E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.” (Lc 2, 52). Crescere non vuol dire solo avere più anni, crescere significa accogliere la sapienza e rispondere alle innumerevoli grazie di Dio. Questi sono i principi non negoziabili per una famiglia cristiana.
Invece, nei nostri tempi, si sente parlare di molti genitori che parlano impropiamente di libertà di coscienza: quando mio figlio diventerà grande deciderà lui sul credo da scegliere; se mi separo riuscirò ugualmente ad essere un bravo genitore; se da genitore vivo in altra città durante la settimana, lo faccio per il bene dei figli, così gli assicuro un futuro.
Tutti questi pensieri hanno un unico comune denominatore: questi genitori hanno perso la fede, e di conseguenza non sono capaci di trasmetterla. La fede è prima di tutto relazione con Dio. Chi ha fede prega. e l’orante dialoga ed ascolta Dio. Questo atteggiamento verso Dio si riversa abbondantemente anche nelle relazioni umane. La famiglia è il luogo dove si imparara a vivere, ad ascoltarsi, a perdonarsi, a chiedere e dare consigli, a rimanere in silenzio quando serve e parlare quando è necessario.
Tutto questo si riassume con le tre parole che Papa Francesco ama ripetere riguardo la famiglia: "Permesso, scusa, grazie". Se in una famiglia salta il rispetto e la considerazione dell’altro (permesso), se non ci si rende conto di avere prevaricato, trascurato o offeso l’altro (scusa), se non si comprende degli enormi benefici che un padre, una madre, un fratello, una sorella portano alla nostra vita (grazie), vuol dire che quella famiglia non gode di buona salute, ha bisogno di essere sostenuta.
Allora come fare a portare la fede nelle famiglie? Cosa serve oggi per ricostruire i legami familiari? Diventare un unica famiglia, famiglie di famiglie, che vive nell’unica casa di Dio, che è la Chiesa, chiamata ad uscire per invitare i soli, gli emarginati e gli esclusi della nostra società. La missione della Chiesa è quella di uscire da se stessi per far entrare qualcun’altro. E’ un uscire non perchè manchi spazio nella Chiesa, ma perchè ad ognuno possa essere riservato quello spazio di solidarietà, di fraternità e di condivisione che renda feconda e gioiosa la nostra vita e quella degli altri.
Questo uscire deve partire dalla famiglia; uscire da se stessi per andare incontro alla moglie, al marito, al figlio, alla figlia, alla sorella, al fratello, al padre, alla madre. La prima chiusura da abbattere è dentro le mura domestiche. Il silenzio, il disinteresse, la delusione, il giudizio, il disprezzo sono piaghe che vanno debellate dentro la famiglia, perchè queste situazioni di disagio sono destinate a riversarsi negli ambiti in cui si è chiamati a vivere. Viceversa, quando un marito è contento della moglie, quando una moglie si sente amata dal marito, quando esiste un dialogo aperto e sincero tra genitori e figli, la famiglia si trasforma in un luogo dove è bello vivere ed è buono rimanerci per prepararsi ad accettare quella specifica missione evangelizzatrice alle quale il Signore chiama ciascuno di noi

La povertà assoluta sfiora il 7%

Banco Farmaceutico
di Danilo Quinto
15-01-2014
Il dato più eclatante del Primo rapporto sulla povertà sanitaria e la donazione dei farmaci, presentato ieri a Roma dalla Fondazione Banco Farmaceutico, è quello relativo alla povertà assoluta, che dal 2007 al 2012 è cresciuta di circa il 60%, arrivando a interessare il 6,8% della popolazione, pari a 4,8 milioni di persone. Nelle famiglie povere si spendono in media 16,34 euro al mese per la sanità (pari a circa il 2% dell’intero budget famigliare), rispetto ai 92,45 euro spesi in media dalle famiglie italiane (pari al 3,7% dell’intero budget famigliare).
Nel 2006 le famiglie povere spendevano poco meno di 12 euro al mese, pari all’1,7% dell’intero budget di spesa. All’interno di questa spesa, circa 12,50 euro sui 16 complessivi sono dedicati all’acquisto di farmaci. Si tratta di un’incidenza superiore rispetto alla media delle famiglie italiane, che spendono invece 44 euro al mese in farmaci. Complessivamente, ogni mese le famiglie povere italiane spendono dunque 21,5 milioni di euro per acquistare farmaci, pari al 3,4% della spesa privata farmaceutica totale. «A partire da questi dati – sostiene Marco Malinverno, Direttore del Banco Farmaceutico – si può comprendere lo sforzo che dev’essere ancora fatto, in modo da conseguire risultati ancora più grandi di quelli che finora abbiamo conseguito».
Attraverso l’ODF, Osservatorio nazionale sulla Donazione Farmaci, redattore del rapporto – che utilizza i dati provenienti dalla Giornata di Raccolta del Farmaco annuale (GRF), dalle donazioni delle aziende farmaceutiche, dai sistemi di monitoraggio degli oltre 1.500 enti caritativi che fanno parte della rete servita dal Banco Farmaceutico – si rileva che nel periodo 2007-2013 la Fondazione Banco Alimentare ha incrementato la raccolta di farmaci del 241%. I farmaci donati nell’ultimo anno sono stati 1.162.859. L’aumento è dovuto da un lato alla crescita delle donazioni durante la GRF (+23%), dall’altro al boom delle donazioni aziendali (+1345%). Il trend di forte crescita della povertà ha però aumentato la forbice tra bisogno e capacità di risposta attraverso le donazioni: se nel 2007 la GRF riusciva a coprire quasi il 55% delle richieste, nel 2013 la copertura del bisogno è scesa al 43,2%.
Dal punto di vista economico, la FBF ha distribuito nel 2013 farmaci per oltre 8 milioni di euro, rispetto ai 2,1 milioni di euro del 2007. Il 75% di questo valore è oggi garantito dalle aziende (era il 15% nel 2007). Per quanto riguarda le tipologie di farmaci donati, i più diffusi sono quelli contro l’acidità (11,5%), gli analgesici (11,2%), gli antiinfiammatori (7,7%), i preparati per la tosse (6,8%) e i farmaci contro i dolori articolari e muscolari (5,8%). Nel corso del 2013, 24 aziende hanno effettuato 274 donazioni, per un totale di oltre 812mila confezioni. Nel 2013, hanno aderito alla GRF 3.366 farmacie, distribuite in tutte le regioni, ad eccezione del Molise. Il tasso di adesione delle farmacie è risultato più consistente al Nord (circa il 28%), rispetto ad una media nazionale di 18,7 farmacie aderenti ogni 100. Complessivamente nelle farmacie sono state raccolte oltre 350mila confezioni, di cui quasi una su tre è stata acquistata  in Lombardia. Nel 2013, hanno partecipato alla GRF oltre 12mila volontari.
Le donazioni raccolte dalla FBF sono state utili a rispondere i bisogno di 1.506 organizzazioni caritative, diffuse soprattutto in Lombardia (22%), Emilia-Romagna (12,5%), Piemonte (11,4%) e Veneto (8,8%). Questi enti hanno aiutato nel 2013 quasi 680mila persone, delle quali il 51% sono donne e il 57% sono italiani. Negli ultimi due anni la presenza di italiani è diventata maggioritaria, modificando un trend storico di prevalenza di utenti stranieri. Più di un assistito su tre sono minori. «La propensione al dono che registriamo con le nostre iniziative – dice Malinverno – potrebbe incrementarsi, rimuovendo taluni vincoli normativi e burocratici che ancora rendono complesso il sistema delle donazioni. La politica deve fare la sua parte e riconoscere il nostro ruolo come soggetto attivo nel mondo della sussidarietà. Occorre una legislazione che equipari l’ente assistenziale al consumatore finale, com’è già avvenuto nel settore alimentare. La giornata di ieri è stata molto importante, perché si è articolato un confronto tra tutti coloro che operano in prima fila nel Terzo Settore, che costituiscono l’intera filiera della donazione dei farmaci, con il Governo, al quale chiediamo risposte immediate».

Continua la lettura su : http://www.lanuovabq.it/

Incontro in Vaticano sull’alcoldipendenza. Mons. Sorondo: un problema sottovalutato

La dipendenza da alcol, le implicazioni etiche e morali legate a questo fenomeno e le strategie di prevenzione e di cura. Sono stati questi i temi al centro della Conferenza sul consumo dannoso di alcol, tenutasi oggi in Vaticano presso la Casina Pio IV, e organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze. 

Il servizio di Amedeo Lomonaco:

Il consumo pericoloso di alcol e l’alcoldipendenza rappresentano “un importante problema di salute pubblica e sociale”. Un problema sottovalutato – ha detto mons. Marchelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze – che riguarda ambiti cruciali come la famiglia, il contesto lavorativo e quello sociale. Ilprof. Emanuele Scafato, presidente della Società italiana di alcologia, ha poi ricordato l’urgenza di rimuovere lo stigma sociale che etichetta l’alcol come un vizio e non come una malattia:

R. – E’ una delle più importanti patologie che oggi, nel settore delle dipendenze, è stata identificata come prioritaria in termini di discussioni e soprattutto per l’individuazione di possibili soluzioni. L’alcoldipendenza va definita, prima di tutto, come una malattia e non come un vizio ed è, allo stesso tempo, un problema perché espone la persona al particolare rischio di non essere interessata a una riabilitazione, a una vita normale. Il senso di vergogna e il senso di esclusione che molto spesso avvolgono l’alcoldipendente creano una barriera. A questo, poi, si aggiunge una cultura del trattamento dell’alcoldipendenza che non è ancora uno di quei settori in cui ci sia una evidenza speciale dell’efficacia del trattamento. Un esempio: su un milione di alcooldipendenti, stimati in Italia dalla Società italiana di alcologia, appena 60 mila sarebbero in carico ai servizi. Quindi, è chiaro che si tratta di una punta di un iceberg, che necessità di essere capovolta.

D. – Attraverso quali strumenti preventivi si può capovolgere questo trend?

R. – Questo lo si può fare solo attraverso una massima attenzione a quella che è l’identificazione precoce del rischio alcol correlato, che è l’unica che può consentire all’individuo di incrementare la consapevolezza che il suo modello del bere è un bere che, sicuramente, va inquadrato in un contesto di patologia e di abitudine.

D. – E tra le sfide determinanti ci sono quelle di contrastare il valore attribuito all’uso dell’alcol e di ridurre le pressioni mediatiche e sociali che incentivano a bere…

R. – Perché tra il concetto di "consumo" di alcool e "uso" di alcool – quindi uso con la finalità di ottenere delle reazioni o meglio degli effetti sul proprio organismo, che può essere la disinibizione, l’euforia, fino poi ad arrivare addirittura alla depressione, perché l’alcool ha questo tipo di parabola – parliamo ovviamente di qualcosa che è stato costruito nel tempo. Oggi, noi abbiamo la molecola alcool pervasiva: troviamo bevande alcoliche un po’ dappertutto e il mercato offre veramente una varietà di bevande alcoliche, rispetto alle quali soprattutto le popolazioni più giovani sono attratte, anche da imponenti strategie di marketing. Quindi, pressioni sociali a bere sicuramente maggiori che in passato e soprattutto coinvolgenti una generazione che sicuramente è più vulnerabile: i giovani sino ai 18-20 anni non hanno maturato la capacità di distruggere l’alcol e quindi ne subiscono maggiormente gli effetti, soprattutto a livello celebrale, con una diminuzione delle capacità cognitive e di memoria. Ma poi sappiamo che l’alcol alla guida è la prima causa di morte tra i giovani in Italia, in Europa e nel mondo.

In vista della Conferenza odierna, tenutasi in Vaticano, il ministro italiano della Salute, Beatrice Lorenzin, ha sottolineato che “un impegno particolare viene dedicato alle attività di prevenzione, per le quali sempre più spesso si adotta un modello di approccio intersettoriale e interdisciplinare collaborando anche con Istituzioni diverse da quelle sanitarie, secondo gli orientamenti dei più recenti piani e programmi nazionali”. Il ministro ha infine esprssso vivo apprezzamento per le iniziative e l’impegno che la Pontificia Accademia delle Scienze ha sempre dedicato a temi volti “alla promozione del benessere dell'individuo e al progresso della scienza”. Secondo le stime dell'Istituto Superiore di Sanità, nel 2011 le persone che hanno consumato bevande alcoliche in modalità “a rischio” sono state “oltre 8 milioni, di cui 6.200.000 maschi e 1.900.000 femmine”. Nonostante questi dati, l’Italia occupa il posto più basso “nella graduatoria europea relativa al consumo procapite di alcol”.


Radio Vaticana

14 gen 2014

Incontro tra mons. Parolin e Kerry. P. Lombardi: Medio Oriente e Africa in primo piano


Si è svolto oggi, in Vaticano, un colloquio tra il segretario di Stato, mons. Pietro Parolin, e John Kerry, segretario di Stato Usa. Il capo della diplomazia statunitense è impegnato, in questi giorni, in un tour diplomatico internazionale per favorire un accordo di pace tra israeliani e palestinesi e il buon esito della Conferenza “Ginevra 2” per la pace in Siria, in programma il 22 gennaio prossimo. Sull'incontro tra mons. Parolin e Kerry, ascoltiamo la dichiarazione del direttore della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi:

Questa mattina il segretario di Stato americano Kerry è venuto in visita in Vaticano e ha incontrato il segretario di Stato, Sua Eccellenza mons. Parolin. L’incontro è stato molto importante; è stato anche molto ampio, perché è durato un’ora e quaranta. Hanno partecipato, insieme al segretario di Stato americano, l’ambasciatore americano presso la Santa Sede, e tre membri dello staff del segretario di Stato; per parte vaticana, Sua Eccellenza mons. Parolin, che è segretario di Stato, e il segretario per i rapporti con gli Stati, Sua Eccellenza mons. Mamberti e altri due officiali della Curia competenti per gli argomenti trattati.

L’incontro è stato molto fruttuoso e molto ricco anche di contenuti. Gli argomenti principali che sono stati affrontati sono state naturalmente le questioni del Medio Oriente e in particolare la situazione siriana, in vista anche della Conferenza di pace di Ginevra che è prevista per questo scorcio del mese di gennaio. Naturalmente sono state fatte presenti le preoccupazioni e gli auspici della Santa Sede, manifestati anche nel discorso del Papa di ieri al Corpo Diplomatico: il desiderio di una soluzione pacifica del conflitto e anche l’impegno per gli aiuti umanitari per le popolazioni così provate. Poi si è affrontato anche il tema dei negoziati tra Israele e Palestina, incoraggiandone evidentemente la prosecuzione e - si spera - il buon esito.

Anche l’Africa è stata oggetto delle conversazioni. Conosciamo la situazione del Sudan, che è diventata così drammatica negli ultimi tempi: e ci si auspica che la mediazione che è in corso per un’intesa fra le parti possa giungere a buoni risultati.

Si è toccato anche il tema degli Stati Uniti e da parte vaticana si è manifestata la preoccupazione della Santa Sede, in sintonia con i vescovi americani, per i temi che riguardano i regolamenti della riforma sanitaria in rapporto alla garanzia della libertà religiosa, dell’obiezione di coscienza. Si è parlato anche del piano del Presidente per contrastare la povertà e migliorare la situazione delle fasce più povere della popolazione.

L’atmosfera è stata - come dicevo - positiva; un incontro costruttivo, importante, la cui stessa durata manifesta il significato che ha avuto.



Il Papa: i cristiani non siano legalisti, la fede non è peso sulle spalle della gente


Quattro modelli di credenti, per riflettere sulla vera testimonianza del cristiano. Nella Messa mattutina alla Casa Santa Marta, Papa Francesco si è ispirato alle figure presenti nelle Letture del giorno per sottolineare che la novità portata da Gesù è l’amore di Dio per ognuno di noi. Quindi, ha messo in guardia da atteggiamenti ipocriti o legalisti che allontano la gente dalla fede. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Papa Francesco si è soffermato, nella sua omelia, su quattro modelli di credenti, prendendo spunto dalle Letture del giorno: Gesù, gli scribi, il sacerdote Eli e i suoi due figli, anch’essi sacerdoti. Il Vangelo, ha osservato, ci dice qual era “l’atteggiamento di Gesù nella sua catechesi”, “insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi”. Questi ultimi, ha affermato, “insegnavano, predicavano ma legavano la gente con tante cose pesanti sulle spalle, e la povera gente non poteva andare avanti”:

“E Gesù stesso dice che loro non muovevano queste cose nemmeno con un dito, no? E poi, dirà alla gente: ‘Fate quello che dicono ma non quello che fanno!’. Gente incoerente… Ma sempre questi scribi, questi farisei, è come se bastonassero la gente, no? ‘Dovete fare questo, questo e questo’, alla povera gente… E Gesù disse: ‘Ma, così voi chiudete – lo dice a loro! – la porta del Regno dei Cieli. Non lasciate entrare, e neppure voi entrate!’. E’ una maniera, un modo di predicare, di insegnare, di dare testimonianza della propria fede… E così, quanti ci sono che pensano che la fede sia cosa così…”.

Nella Prima Lettura, tratta dal Libro di Samuele, ha quindi affermato, troviamo la figura di Eli, “un povero prete, debole, tiepido” che “lasciava fare tante cose brutte ai suoi figli”. Eli era seduto davanti a uno stipite del Tempio del Signore e guarda Anna, una signora, “che pregava a suo modo, chiedendo un figlio”. Questa donna, ha affermato il Papa, “pregava come prega la gente umile: semplicemente, ma dal suo cuore, con angoscia”. Anna “muoveva le labbra”, come fanno “tante donne buone” “nelle nostre chiese, nei nostri santuari”. Pregava così “e chiedeva un miracolo”. E l’anziano Eli la guardava e diceva: “Ma, questa è una ubriaca!” e “la disprezzò”. Lui, ha ammonito il Papa, “era il rappresentante della fede, il dirigente della fede, ma il suo cuore non sentiva bene e disprezzò questa signora”:

“Quante volte il popolo di Dio si sente non benvoluto da quelli che devono dare testimonianza: dai cristiani, dai laici cristiani, dai preti, dai vescovi… ‘Ma, povera gente, non capisce niente... Deve fare un corso di teologia per capire bene’. Ma, perché ho certa simpatia per quest’uomo? Perché nel cuore ancora aveva l’unzione, perché quando la donna gli spiega la sua situazione, Eli le dice: ‘Vai in pace, e il Dio di Israele ti conceda quello che gli hai chiesto’. Viene fuori l’unzione sacerdotale: pover’uomo, l’aveva nascosta dentro e la sua pigrizia… è un tiepido. E poi finisce male, poveretto”.

I suoi figli, ha proseguito, non si vedono nel passo della Prima Lettura, ma erano quelli che gestivano il Tempio, “erano briganti”. “Erano sacerdoti, ma briganti”. “Andavano dietro al potere, dietro ai soldi – ha detto il Papa – sfruttavano la gente, approfittavano delle elemosine, dei doni” e “il Signore li punisce forte”. Questa, ha poi osservato, “è la figura del cristiano corrotto”, “del laico corrotto, del prete corrotto, del vescovo corrotto, che profitta della sua situazione, del suo privilegio della fede, di essere cristiano” e “il suo cuore finisce corrotto”, come succede a Giuda. Da un cuore corrotto, ha proseguito, esce “il tradimento”. Giuda “tradisce Gesù”. I figli di Eli sono dunque il terzo modello di credente. E poi c’è il quarto, Gesù. E di Lui la gente dice: “Questo insegna come uno che ha autorità: questo è un insegnamento nuovo!” Ma dov’è la novità, si chiede Papa Francesco? E’ “il potere della santità”, “la novità di Gesù è che con sé porta la Parola di Dio, il messaggio di Dio, cioè l’amore di Dio a ognuno di noi”. Gesù, ha ribadito, “avvicina Dio alla gente e per farlo si avvicina Lui: è vicino ai peccatori”. Gesù, ha ricordato il Papa, perdona l’adultera, “parla di teologia con la Samaritana, che non era un angiolino”. Gesù, ha spiegato ancora, “cerca il cuore delle persone, Gesù si avvicina al cuore ferito delle persone. A Gesù soltanto interessa la persona, e Dio”. Gesù, ha evidenziato, “vuole che la gente si avvicini, che lo cerchi e si sente commosso quando la vede come pecora senza pastore”. E tutto questo atteggiamento, ha rilevato, “è quello per cui la gente dice: ‘Ma, questo è un insegnamento nuovo!’”. No, ha osservato il Papa, “non è nuovo l’insegnamento: è il modo di farlo, nuovo. E’ la trasparenza evangelica”:

“Chiediamo al Signore che queste due Letture ci aiutino nella nostra vita di cristiani: tutti. Ognuno nel suo posto. A non essere legalisti puri, ipocriti come gli scribi e i farisei. A non essere corrotti come i figli di Eli. A non essere tiepidi come Eli, ma a essere come Gesù, con quello zelo di cercare la gente, di guarire la gente, di amare la gente e con questo dirle: ‘Ma, se io faccio questo così piccolo, pensa come ti ama Dio, come è tuo Padre!’. Questo è l’insegnamento nuovo che Dio chiede da noi. Chiediamo questa grazia”.


Un Cioni in ogni città, l’Italia deve ribellarsi


di Ruggero Capone

Lo scrivente non conosce personalmente Celso Cioni, direttore della Confcommercio a L’Aquila, ma si dice sia persona intelligente, brillante, sveglia. Nella mattinata di ieri s’era barricato nella filiale aquilana della Banca d’Italia, voleva così sensibilizzare governo e varie autorità (politiche ed economiche) sulla moria di commerci e piccole botteghe artigiane, sull’indigenza che sta spegnendo ogni speranza tra i lavoratori autonomi. Una protesta, quella di Cioni, contro l’indifferenza delle istituzioni verso chi stenta nella terremotata L’Aquila come nelle tante periferie di questo Stivale.

Intorno alle ore 14 Cioni ha interrotto la sua protesta, quindi ha conferito con Francesco Alecci (prefetto de L’Aquila). Che si saranno detti? È facilmente immaginabile. Il prefetto avrà usato sia toni paternalistici che da uomo dello Stato: ovvero carota e bastone. Sarà stato detto al direttore di Confcommercio che certe proteste compromettono tranquillità e carriera, generando anche grane giudiziarie.

Cioni avrà sorriso, spiegando di non essere un disperato, ma semplicemente un coraggioso che denuncia un sistema bancario nemico della ripresa economica e, nello specifico, come L’Aquila sia ancora in pieno coprifuoco militare. La sua protesta è un passo avanti: per la prima volta è un rappresentante istituzionale a minacciare gesti estremi, un direttore di Confcommercio che si barrica in Banca d’Italia.

E lo fa non solo a sostegno dei piccoli commercianti della sua città, ma per tutti gli italiani costretti dal terremoto politico-economico a perdere lavoro, casa, affetti… tutto senza alcun sostegno. L’indifferenza istituzionale ha generato povertà e disagio psicologico in 15 milioni d’italiani. “Molti sono esasperati e ricorrono a medici e psicologi o a psicofarmaci - ci rammenta Cioni - Come sapete ci sono tanti casi di suicidio. La mia non è una protesta contro qualcuno - aveva detto il dirigente di Confcommercio - ma per il lavoro, per far ripartire questa città. Il sistema delle regole bancarie non può essere identico alle altre città che vivono una situazione normale.

I commercianti aquilani vivono una situazione psicologicamente pesante, ci sono stati suicidi, l’ultimo solo qualche giorno fa, c’è chi purtroppo vuole abbandonare la città. Se si continua così L’Aquila è destinata a morire”. Ma il caso di Cioni, al pari di altre migliaia di gesti più o meno estremi che da circa tre anni funestano l’Italia, non sembra abbia smosso il manovratore. Occorre rammentare che, qualche settimana fa, un funzionario del Lavoro si rivolgeva con un “che palle!” al cospetto di chi chiedeva lumi circa le modifiche all’emendamento sugli esodati. Un mesetto fa, un nugolo di dirigenti di ministero si permettevano d’appellare come “avanzi di galera” i disoccupati che scendevano in piazza al fianco dei Forconi.

La fame avanza, ma le televisioni intervistano i dirigenti della polizia che spiegano con quanto successo si stiano arrestando sempre più cittadini che rubano cibo nei supermercati. Aumentano i senzatetto e c’è chi parla di arrestare per vagabondaggio i senza fissa dimora. E cosa fa l’italiano medio? Guarda inebetito le varie prove del cuoco ed i giochi a premio, che s’alternano a pochi secondi da agghiaccianti squarci di realtà trasmessi in fugaci tiggì.

Siamo al cospetto di adulti e giovani, istituzioni politiche ed economiche, incapaci di provare veri sentimenti, ma in preda alla noia e all’indifferenza dinnanzi al declino sociale ed economico della società. I ministeriali trascorrono una vita abitudinaria e legata ai lignei clichés morali di un borghesia in declino. Ma tutto si consuma in uno stato d’inconsapevolezza, d’indifferenza.

È la grande lezione di Alberto Moravia, “Gli Indifferenti” appunto, che si ripete all’infinito e fino alla noia. Chi viene umiliato dal sistema rimbomba tra media e chiacchiere da bar come un perdente. Per i nuovi poveri questa società destina solo il disprezzo, la risatina di scherno. E le istituzioni tutte ammantano il disagio dei tanti con un clima politico di costante menzogna. Confidando che la gente s’adatti passivamente, si rassegni. Cioni ha interrotto la sua protesta e conosce bene gli “interlocutori istituzionali”.

Sa bene che arriverà il momento in cui discorsi e promesse non potranno frenare l’enorme valanga del disagio sociale. In una Norimberga in salsa italiana l’indifferenza istituzionale verrà posta sul banco degli imputati. Tutti la condanneranno, fingendo di non aver mai votato per declino e ignavia, spesa pubblica e spreco. Eppure basterebbe un Cioni in ogni città d’Italia per far avvicinare quella data. Ribellarsi è d’obbligo, e lo vuole l’Italia.

L'Opinione

Altro che l’Italia, noi siamo la Lett-onia


di Vito Massimano

14 gennaio 2014POLITICA
Perché in politica si suole parlare di “casa” intesa come contenitore politico? Perché la politica è una truffa immobiliare. Perché la politica è l’arte di vendere una casa fatiscente alla quale sia stata data una “rinfrescata di vernice” dando a bere all’incauto compratore che si tratti di un immobile appena ristrutturato e libero da vincoli. Invece quel bene non solo è fatiscente, ma il venditore è per giunta una persona senza alcun titolo e che quel bene lo ha solo in usufrutto. Il vero proprietario dell’immobile rimane ben nascosto ed è l’artefice di questa truffa. Il finto venditore invece è quello che scappa con i soldi del compromesso senza stipulare il rogito. Diciamocelo senza falsi pudori.

La democrazia non ha fallito per il solo fatto che non è mai esistita. E non esistendo non può aver fallito. È un’illusione ottica la democrazia, ed è tenuta in vita con metodi che di democratico hanno ben poco. Ma perché non ammetterlo? Che male c’è? Signori, abbiamo scherzato. La democrazia non esiste né mai è esistita. Troviamo un’altra forma di governo. Potrà essere buona, forse anche cattiva, ma certamente sempre meglio di una forma di governo inesistente. Non è forse meglio così anziché perdere tempo con una macchina pesante e dispendiosa come quella democratica che ha come carburante l’inganno e che per questo non va da nessuna parte? Il Governo Letta cadrà.

Non è che possa avere vita lunga un Esecutivo che dica una cosa oggi e che se la rimangi il giorno dopo. Si faranno nuove elezioni, con ogni probabilità vincerà il centrodestra, nel quale c’è stata un’“operazione volti nuovi”. Adesso c’è Toti, volto fresco che rovina la festa a coloro i quali volevano impossessarsi per sopraggiunti limiti di età e di giustizia dell’eredità politica (troppo nobile questo termine, sostituiamolo con “i voti”) del Cavaliere, dopo essersi sbarazzati degli altri competitor “nell’asse ereditario”. A chi verrà affidato “questo Toti”? Indovinate un po’? A Gianni Letta.

Si, è “ricicciato” Gianni, il Signor G. Dopo aver tirato un pacco al Cavaliere dandogli a bere che stesse intercedendo per lui ma lavorando in realtà sotto traccia per il costituendo governo del nipotino, il primo consigliere di Silvio Berlusconi (figuriamoci cosa possa essere “il secondo”) era scomparso per un po’. Uno pensa: dopo quanto accaduto, Berlusconi lo avrà messo in naftalina. E invece rieccolo nelle vesti di “genitore1” del politicamente neonato Toti. Del quale è evidente che serva solo la faccia, essendo destinato ad essere radiocomandato dal Signor G. Riepiloghiamo per i più disattenti.

Mentre Berlusconi era sulla graticola per la sua vicenda giudiziaria, il Signor G ha illuso il Cavaliere che Napolitano avrebbe aggiustato tutto in cambio del suo abbandono della politica. Lo ha convinto a mandare a casa il suo Governo, a digerire il Governo del nipote e per tutta risposta non solo il Cav. è stato esautorato con decadenza a voto palese, ma è stato anche interdetto dai pubblici uffici. E, riconoscendogli questi brillanti risultati ottenuti, il Cavaliere gli affida di fatto persino la guida di un partito, che è quindi un’auto con carrozzeria Toti ma a trazione Letta. Ho detto trazione, non motore.

Perché Letta è a sua volta la carrozzeria dell’auto al quale è attaccato Toti con un gancio da traino e che ha come motore i poteri forti transnazionali che portano tutti questi signori nella direzione che a loro (non all’Italia, a loro) fa più comodo. Cadrà il Governo Letta, non quello “dei Letta”. Anche il più sprovveduto dei lettori a questo punto avrà capito che qualcuno ce li deve pure aver messi questi due signori. E chi ce li ha messi? Ce li hanno messi tutti, tutti tranne le elezioni. E quelli da eleggere ce li hanno messi loro.

Quindi, che uno voti o meno, nulla è lasciato “al caso” e la rotta è tracciata da soggetti completamente estranei alla politica nazionale, dei cui interessi quindi se ne infischiano nel modo più assoluto. A turno la politica “fa contratti” e “scappa con la caparra”. Ora la destra ora la sinistra. Ma la politica non è forse l’azienda di famiglia dei Letta, che ha due rami d’azienda, il centrodestra e il centrosinistra? A questo punto non so se abbia senso parlare di legge elettorale o di finanziamento ai partiti. Come non ha senso parlare di elezioni. Assomigliamo sempre più a quegli stati Africani dei quali gli Usa ne decidono i presidenti. Eravamo la “Lett-onia” e non lo sapevamo.

L'Opinione

14 gennaio 2014



Le macerie ormai eterne dell’Aquila sono meglio di un corso di Scienza politica, tanto bene spiegano l’inefficienza del sistema democratico e, di converso, l’efficienza di quello monarchico. Nel 1693, sotto l’Asburgo, la Sicilia orientale fu colpita dal più devastante terremoto della storia italiana, che al confronto quello abruzzese scompare: oltre sessantamila morti e decine di centri rasi al suolo. Ma solo tre mesi dopo venne fondata la fantastica Grammichele mentre in pochissimi anni venne raddrizzata la viabilità di Catania ed eretta una nuova Noto, con una nuova cattedrale e nuovi palazzi e uno stile, il barocco siciliano, che oggi il mondo ci invidia. Nel 1785, sotto il Borbone, il regno di Napoli si diede il primo regolamento antisismico d’Europa che il Cnr vorrebbe riproporre, avendolo trovato scientificamente validissimo, ma non ci riesce perché in Italia non esiste più un vero interlocutore: il potere è peggio che terremotato, è spappolato, con mille amministrazioni e giurisdizioni che si intrecciano, si intralciano e si ammanettano. Chiunque visiti l’Aquila capisce che gli aquilani hanno ragione di disperarsi, che lo stato italiano, così com’è messo, non è assolutamente in grado di ricostruire la città. E non certo per colpa degli inevitabili mariuoli che c’erano anche al tempo del Duca di Camastra, il ricostruttore di Sicilia, ma per il fatto che oggi non c’è nessun Re che a un Duca di Camastra assegni i pieni poteri.


di Camillo Langone

LETTERA DI PAPA FRANCESCO AI CARDINALI CHE SARANNO CREATI NEL CONCISTORO DEL 22 FEBBRAIO



Città del Vaticano, 13 gennaio 2014 (VIS). Di seguito pubblichiamo la Lettera che il Santo Padre ha indirizzato ai Cardinali designati pubblicamente nel corso dell'Angelus di domenica scorsa e che saranno creati nel Concistoro del prossimo 22 febbraio.

Caro Fratello,

nel giorno in cui si rende pubblica la tua designazione a far parte del Collegio Cardinalizio, desidero farti giungere un cordiale saluto insieme all’assicurazione della mia vicinanza e della mia preghiera. Desidero che, in quanto aggregato alla Chiesa di Roma, “rivestito delle virtù e dei sentimenti del Signore Gesù” (cfrRm 13,14), tu possa aiutarmi con fraterna efficacia nel mio servizio alla Chiesa universale.

Il Cardinalato non significa una promozione, né un onore, né una decorazione; semplicemente è un servizio che esige di ampliare lo sguardo e allargare il cuore. E, benché sembri un paradosso, questo poter guardare più lontano e amare più universalmente con maggiore intensità si può acquistare solamente seguendo la stessa via del Signore: la via dell’abbassamento e dell’umiltà, prendendo forma di servitore (cfrFil 2,5-8). Perciò ti chiedo, per favore, di ricevere questa designazione con un cuore semplice e umile. E, sebbene tu debba farlo con gaudio e con gioia, fa’ in modo che questo sentimento sia lontano da qualsiasi espressione di mondanità, da qualsiasi festeggiamento estraneo allo spirito evangelico di austerità, sobrietà e povertà.

Arrivederci, quindi, al prossimo 20 febbraio, in cui cominceremo i due giorni di riflessione sulla famiglia. Resto a tua disposizione e, per favore, ti chiedo di pregare e far pregare per me.

Gesù ti benedica e la Vergine Santa ti protegga.

L’amore, da solo, non basta. Perché un figlio ha bisogno di un padre e una madre che gli dicano: «Vai!»

adamo ed eva

di Benedetta Frigerio
«Per vincere la sfida della famiglia bisogna giocare in attacco. Ci vogliono testimoni della bellezza di ciò che può nascere dall’amore fra un uomo e una donna». È per questo che lo psicoanalista Luigi Campagner ha intitolato il suo libro sulla famiglia Figli! O del vantaggio di essere genitori (Lindau, 13 euro, 155 pagine). «Perché ai miei figli insegno a vivere: amando mia moglie, lavorando per la mia crescita, coltivando le mie passioni. Ma da loro imparo anche a desiderare il massimo. Ad amare come un bambino, a guardare le cose in modo puro, per quelle che sono e non per quello che la maggioranza dice che siano».
Dottor Campagner, nel suo libro lei parla della distinzione in relazione al sesso, la prima che il bambino coglie. Sottolinea che questa diversità è arricchente, ma che spesso oggi nell’esperienza si configura come difficoltà e, in casi estremi, come obiezione di principio. Può spiegare perché la differenza sessuale arricchisce e come mai oggi è vista come una cosa negativa?
La differenza sessuale è una cosa da riconoscere più che da spiegare. Se oggi, invece, ci si riduce a parlare del rapporto fra uomo e donna stando “sulla difensiva” è perché spesso manca il fascino di una madre e un padre che sappiano accogliere la differenza tra loro come arricchente. Che sappiano dare, ma accettando anche di ricevere, di dipendere. Mi viene in mente l’abbraccio fra Adamo e Eva di Jan Gossaert, un’opera che ho visto nel Palazzo Abatellis di Palermo (nella foto in basso). I due si guardano come complici. In questo dipinto la differenza appare come un bene. Essa, infatti, è necessaria all’uomo per rispondere al suo bisogno naturale di completarsi e di generare, per crescere e costruire. Il problema è che oggi chi vive così è una minoranza di cui la maggioranza dei media non parla.
Come si può negare una differenza evidente?
Le differenze biologiche esistono e le vedono tutti. Anche chi le nega ideologicamente, pur provandoci, non può eliminarle. Ma l’evidenza non basta da sola, insieme a questa dobbiamo usare l’arma del fascino: far venire invidia della famiglia naturale, l’uomo e la donna devono provare a costruire delle vere e proprie opere familiari.
Perché non possono costruirne anche due uomini o due donne?Il bambino ha bisogno di una mamma e un papà diversi e complementari. Per la psicoanalisi, come disse già Freud, è necessario che il bambino attraversi la cosiddetta fase fallica, importantissima per lo sviluppo equilibrato di una persona. In questa fase il bambino impara ad accettare la propria identità, attraverso l’accettazione del genitore dello stesso sesso. Se non avviene questo processo il bambino resterà frustrato, non si sentirà voluto e cercherà continue conferme dalle persone del proprio sesso, che si percepiranno poi come antagonisti. Invece, quando la propria identità viene accolta, il bambino diventa stabile e crescendo cercherà il compimento nell’altro sesso.
Abbiamo bisogno della diversità per completarci. Cosa implica questo?Ad esempio, lasciare da parte l’orgoglio: accettare di farsi accogliere oltre che di dare. Spesso, invece, siamo nella posizione di chi vuole solo dare. Questo succede con i figli, non solo fra coniugi. È un peccato, perché il lasciarsi accogliere è necessario e bello, completa: dove manco io farai tu e viceversa, questo aiuta a costruire una bella famiglia e quindi una bella società.
Cosa pensa della campagna per la promozione delle adozioni fra coppie dello stesso sesso? Basta l’affetto?
I sentimenti non sono sufficienti a crescere un bambino. E poi perché una persona desidera un figlio? Le ragioni possono essere due. La prima è la volontà pericolosa di soddisfare una proiezione di sé che ci confermi, pensando di colmare dei vuoti. La seconda è il desiderio di dare, educando un soggetto ad amare ed essere amato, comprendendo e accogliendo la diversità dei sessi. Una mamma e un papà possono cadere nell’errore di trattare un figlio come una proiezione di sé che li soddisfi, ma è una possibilità che non si può predire a priori. Mentre legalizzando le adozioni di persone dello stesso sesso l’errore sarebbe approvato legalmente il fatto che queste coppie non potranno mai dare al figlio ciò di cui ha bisogno. La natura poi è un segnale che sta lì a dire: «Per questa via non puoi generare un uomo. Fermati!».
Eppure a qualcuno sembra impossibile rinunciare ai figli che desidera.Io lavoro in alcune comunità, vedo genitori che volontariamente rinunciano a tenere con sé i figli se capiscono che per un po’ è meglio così. Non è facile, ma questo è un atto d’amore enorme. Mi viene in mente la madre dell’episodio biblico di Salomone, che pur di non vedere il figlio morire è disposta a lasciarlo alla donna che mente, dicendo che il bambino è suo.
Non si perde qualcosa così?
No, perché la vera felicità di un genitore è quella del figlio.
Si sente ripetere sempre più spesso che ciò che conta è solo l’amore.La parola amore è abusata, intesa come un sentimento generico. Ai figli non bastano i soldi, l’affetto, le attenzioni. Oggi i bambini sono pieni di cose materiali e di protezioni. Li immergiamo in vasi di miele in cui soffocano. Ma se li teniamo sempre in braccio non impareranno mai a camminare. Il bambino stesso desidera essere lanciato nel mondo dall’adulto che vuole imitare. C’è un cartone africano, Kiriku e la strega karabà, che spiega cosa intendo. Kiriku chiede alla madre: «Ma perché la strega è cattiva?». La madre non gli spiega perché, ma gli dice che esistono persone cattive. Cioè gli dà degli argini entro cui muoversi e poi lo lascia andare.
Nel libro parla del rischio di alcune campagne pubblicitarie come quelle sulla pedofilia. Quali pericoli vede?Se gli adulti appaiono come orchi si continua a separare il loro mondo da quello dei bimbi. Così il piccolo diventa un idolo, che alla fine rimane solo, senza rapporti: i grandi vedono i bambini come un fardello a cui bisogna dare senza ricevere, mentre nei piccoli si introduce un sospetto sull’adulto. Oggi bisogna muoversi al contrario, riavvicinando due mondi che hanno assoluto bisogno di dare e ricevere l’uno all’altro.
Lei scrive che aumenta l’intelligenza teorica delle nuove generazioni, mentre il pensiero pratico sta regredendo. Da dove deriva questa separazione?Vedo tantissimi pazienti colti, bravissimi professionisti, ma assolutamente fragili nei rapporti, incapaci di gestirli. Come mai? Il bambino per crescere deve essere abituato a un lavoro continuo di costruzione di sé, di cambiamento di fronte all’altro, di accettazione del bene o di rifiuto del male. Se i genitori non hanno fatto questo lavoro continuo, se non hanno fatto squadra, anche nelle difficoltà, per costruire qualcosa, il figlio non sarà capace di fare altrettanto.
Nel suo libro spiega che spesso si parla ai figli senza tener conto del peso delle parole, che i genitori li sgridano senza mai confermarli, si irrigidiscono in un ruolo… Come riparare a questi sbagli che possono segnare i figli?Siamo madri e padri, ma siamo innanzitutto uomini e donne e questo non va nascosto ai figli. Siamo esseri umani che sbagliano, hanno sbagliato, hanno delle passioni. La bussola per muoversi è la riflessione su di sé e sull’altro. Il far spazio a ciò che accade, a ciò che i figli ci dicono, lasciandoci interrogare. La tristezza in questo senso è un aiuto. Quando si introduce nel rapporto significa che c’è qualcosa che non andava, è quindi un bene che arrivi. Cosa fare? Attendere con pazienza e pensare a come cambiare, ricreare, riprovare in un altro modo. Siccome poi il rapporto di reciproca crescita è drammatico, si può anche arrivare a capire, come dicevo prima, che per un po’ è meglio che il figlio si riferisca ad altri. I veri genitori sono anche capaci di dire: «Vai, se serve, purché tu sia felice!». E qui si capisce come l’amore non sia un sentimento. Si può continuare a ripetere: ”Ti voglio bene”, come è giusto fare, ma servono anche i fatti. L’amore non è un enunciato generico, è un rapporto di dipendenza e di scambio reciproco, di errori e riprese, soprattutto fra i coniugi. E l’amore non si dice soltanto, si deve vivere: i bambini non imparano l’italiano se facciamo loro delle lezioni, ma se la mamma e il papà lo parlano fra loro e con lui.
Molti figli oggi sono in difficoltà perché non hanno davanti padri e madri come quelli che riporta a modello. Che risorse hanno?
Tutti, anche chi ha avuto bravi genitori, a un certo punto abbiamo cercato madri e padri spirituali che ci hanno sostenuto, consigliato. A volte guardiamo più a loro che ai genitori biologici. Anzi spesso sono i padri spirituali a farci riabbracciare anche quelli biologici. Ai ragazzi dico che devono cercare padri e madri, a scuola, al lavoro, dappertutto. Esistono.
Fonte: tempi.it